L'intervista ricca di aneddoti e spunti interessanti all'ex tecnico di Palermo e Trapani, Ignazio Arcoleo sulla sua carriera

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L'edizione odierna de "La Gazzetta dello Sport" pubblica un'interessante intervista all'ex tecnico di Trapani e Palermo, Ignazio Arcoleo, palermitano di nascita ed artefice della magica stagione del 1995-1996 della compagine rosanero, che incantò per intensità, sincronismi, intensità e qualità del gioco espresso. Era il famoso Palermo dei picciotti, con una rosa formata in gran parte da calciatori nati nel capoluogo siciliano e nell'isola, capace di dare scacco alle big di Serie A in Coppa Italia e disputare un'esaltante torneo cadetto concluso al settimo posto in classifica. Di seguito i passaggi più significativi dell'intervista concessa dall'ex calciatore di Genoa e Palermo, tra le altre, al noto quotidiano sportivo nazionale.

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GUARDIOLA MI HA COPIATO - "Carriera da allenatore? Avevo imparato dai miei allenatori. Da Gigi Simoni la perfezione del gesto tecnico, da Corrado Viciani la cura della preparazione fisica, da Nando Veneranda il gioco a zona. Prima squadra allenata il Mazara, nei Dilettanti, l’anno il 1983. Sa cosa dicono oggi a Mazara?.Dicono che Guardiola mi ha copiato (ride) , perché il tiki-taka lo facevo già io all’epoca. Giocavamo un bel calcio, con una fitta ragnatela di passaggi e verticalizzazioni improvvise. La gente era incantata. "Da Mazara andai a Trapani: sono state le stagioni più importanti, devo tutto al presidente Andrea Bulgarella. Gli dissi: lei costruisce case, io costruisco squadre e giocatori. E’ sempre stata quella la mia caratteristica, ne vado molto fiero".

MATERAZZI E ITALIANO -"Cosa significa costruire un calciatore? Significa trasmettergli dei principi di gioco, sgrezzarlo, tirare fuori il meglio ed esaltare le sue qualità. Le racconto di Marco Materazzi. E dunque: sono a Trapani, arriva questo ragazzo alto un metro e 92 e mi dice: voglio diventare un calciatore. Era scoordinato, sembrava camminare sui trampoli. Il padre allenatore, Beppe, gli aveva consigliato di giocare a basket. Ci ho lavorato, due anni dopo Marco ha debuttato in Serie A. Un altro che ho lanciato è stato Vincenzo Italiano, giocava negli Allievi del Trapani, aveva sedici anni, era piccolino, timido: lo feci esordire in C".

FAVOLA PALERMO - "Stagione 1995/96, alleno il Palermo. Non c’è una lira per fare la squadra. Prendo di petto la situazione, non sono uno che si tira indietro di fronte alle difficoltà. E dico: ci penso io. Nasce la squadra dei siciliani. Assennato, Compagno, Lo Nero, Galeoto, Pisciotta, Tanino Vasari e Giacomo Tedesco tutti di Palermo, Nino Barraco di Marsala: sono loro i picciotti. Imbattuti nelle prime 11 giornate, 7° posto finale, stadio della Favorita sempre pieno, ogni voogni volta un miliardo di lire di incasso. In Coppa Italia abbiamo eliminato il Parma di Zola e del Pallone d’oro Stoichkov, era la squadra che tre mesi prima aveva vinto la Coppa Uefa; e poi il Vicenza di Guidolin. Mi chiamò anche Sacchi, all’epoca c.t. della Nazionale: “Ignazio, ma quanto corrono i tuoi ragazzi?”. Avevo grandi intuizioni: contro il Cesena stavamo perdendo, dissi a Berti, il mio portiere, di andare in attacco. Se lei va a vedere su Youtube c’è Berti che fraseggia con i compagni al limite dell’area avversaria, quella mossa fu decisiva: pareggiammo in pieno recupero".

STRAGE DI CAPACI - "Il destino ha voluto che mi salvassi. Allenavo a Trapani, abitavo a Palermo. Quel tratto di strada lo facevo tutti i giorni. Quel giorno dovevo pranzare con il presidente Bulgarella, ma ebbe un impegno improvviso di lavoro e saltò tutto, così tornai a casa prima del previsto e non nel pomeriggio, come facevo di solito. Sarei passato a Capaci nell’ora in cui accadde la tragedia".

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