SERIE A: conti amari, ora debiti di 1,6 miliardi

SERIE A: conti amari, ora debiti di 1,6 miliardi

L’edizione odierna de La Gezzetta dello Sport apre con un’inchiesta interessante legata ai conti in casa delle squadre di Serie A: stando a quanto appreso dalla rosea i costi delle società.

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L’edizione odierna de La Gezzetta dello Sport apre con un’inchiesta interessante legata ai conti in casa delle squadre di Serie A: stando a quanto appreso dalla rosea i costi delle società della massima divisione italiana sarebbero incrementati così come i debiti. 1,6 miliardi, questo il debito totale dei club di A. Mediagol.it vi propone l’articolo in cui viene approfondita questa inchiesta.

“Il calcio italiano è ancora prigioniero di antichi vizi. Appena arriva denaro fresco, ecco che il livello della spesa sale. E i conti non tornano. Qualcuno, per la verità, cerca di farli tornare con vecchi o nuovi espedienti, qualcun altro ci riesce per davvero. Ma per tutti vale la crisi di liquidità, con annesso il fardello pesante del debito. Emerge tutto questo dall’inchiesta della Gazzetta sui bilanci delle società di Serie A della scorsa stagione, proprio nei giorni dei rumors sulla vendita (smentita) del Milan che confermano un’amara verità: il calcio italiano ha un suo fascino ma il sistema è quello che è.
Il conto economicoNel 2012-13 la Serie A ha visto crescere il fatturato a 1772 milioni (+8% rispetto al 2011-12), grazie al nuovo ciclo di vendita dei diritti tv, eppure nell’era della presunta austerity i costi non solo non sono diminuiti ma sono addirittura cresciuti del 4%, a 2365 milioni. Beninteso, non gli investimenti virtuosi nei vivai (passati da 36 a 37 milioni calcolando solo le società che li capitalizzano) ma le spese fuori controllo per le rose, cioè stipendi e ammortamenti. Il costo del personale si mangia il 68% dei ricavi: una voce che tra il 2010-11 e il 2012-13 solo Fiorentina, Inter, Milan e Roma hanno saputo ridurre. Tra entrate e uscite caratteristiche ballano 600 milioni, davvero tanti. E solo con le operazioni di calciomercato, cioè con i 409 milioni di plusvalenze al netto delle minusvalenze, si limitano i danni portando il deficit aggregato della Serie A a 203 milioni, comunque in calo se confrontato col -292 del 2011-12. È vero che le società italiane, ai tempi della crisi, si sono trasformate in abili venditrici: da Thiago Silva a Lavezzi a Nastasic sono parecchi i quattrini giunti dall’estero (e l’estate scorsa si è continuato con Cavani, Jovetic, Lamela). Occhio, però, i profitti da cessione calciatori nascondono spesso maquillage contabili senza spostare soldi veri: basti pensare alle comproprietà, che molti club hanno voluto tenere ancora in vita. Esistono poi altri modi per abbellire i bilanci, rinviando l’ora X della ricapitalizzazione. La moda della cessione del marchio è datata, ha contagiato un po’ tutte (ma non le big Juve e Napoli), recentemente pure Parma e Genoa, vittime del saliscendi del calciomercato. Negli ultimi tempi, un’ulteriore operazione ha consentito di far emergere un nuovo asset cogliendone i benefici contabili (nell’attesa di quelli monetari, che per alcuni club non arriveranno mai o saranno risibili). È lo sfruttamento della library, cioè dei diritti di archivio: siccome è indeterminato nel tempo, il ricavo viene portato immediatamente a conto economico ma si tratta solo di una partita di giro con la Rai da cui si acquista la library. È per tutti questi motivi che le indicazioni maggiori sullo stato di salute del movimento calcistico vanno rintracciate sul piano finanziario”
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