PENSIERI E PAROLE IN LIBERTA Solo in mezzo al campo, Delio piange e si lascia abbracciare dai 40mila. Perché deve andare via?

PENSIERI E PAROLE IN LIBERTA Solo in mezzo al campo, Delio piange e si lascia abbracciare dai 40mila. Perché deve andare via?

di Benvenuto Caminiti Alla fine di tutto, in mezzo al campo c’è un omino, di scuro vestito, che piange, le mani congiunte come in preghiera, gli occhi bassi, che scrutano l’erba..

Commenta per primo!

di Benvenuto Caminiti Alla fine di tutto, in mezzo al campo c’è un omino, di scuro vestito, che piange, le mani congiunte come in preghiera, gli occhi bassi, che scrutano l’erba. Mentre tutt’intorno è festa grande. Bandiere e vessilli nerazzurri al vento e capitan Zanetti che corre, come corre lui, sfrenato, sotto la curva e tiene alta con le braccia tese la coppa Italia. All’improvviso la telecamera inquadra impietosa quell’omino di scuro vestito, solo in mezzo al campo. E’ Delio Rossi ed ha il volto inondato di lacrime. E’ solo e ripensa alla splendida, coraggiosa partita dei suoi ragazzi, che non è servita a nulla. Solo a ricevere tanti complimenti da destra e da sinistra, che non fanno altro che rimestare il coltello nella piaga. Che conta nel calcio, come nella vita, essere belli ed eleganti se alla fine sono gli altri a prendersi il premio agognato e mostrarlo al mondo intero come fosse premio giusto e meritato, quando invece non lo è? Piange Delio Rossi e non tanto per la bruciante sconfitta subita quanto per la spietata crudeltà del calcio che è uno sport assurdo, dove a vincere quasi sempre è il più bravo. Quasi. Per il resto, provvede la dea bendata, il caso, il destino cinico e baro e spesso, direi troppe volte, anche l’arbitro “cornuto”. Piange Delio Rossi e le sue sembrano lacrime inconsolabili, per questo se ne sta da solo col suo magone senza sbocchi: tiene gli occhi bassi, non gli va di levare lo sguardo e fermarlo una volta di più su quella stupenda parete umana, tutta colorata di rosa, dei suoi tifosi – oltre quarantamila – giunti sin lì anche per lui. Piange Delio Rossi perché sa che quel pubblico meraviglioso, capace di una prova d’amore titanica e struggente ad un tempo, lui dovrà lasciarlo per cercare altri lidi, altri tifosi, altre storie da raccontare. Sembra un bambino che si è perduto tra la gente. E continua a piangere, non riesce, pur provandoci, a fermare quelle lacrime. Finché arriva Nocerino e lo abbraccia e lui quasi si abbandona sulle sue spalle: non una parola tra loro, solo sguardi. E dopo Nocerino, ecco Sirigu, il gigante sardo. Un altro abbraccio delicato, come a temere di fargli male. Nessuna parola, anche stavolta, in più solo una carezza, dietro la nuca, come farebbe un papà col suo bambino triste. All’improvviso, mentre anch’io tento inutilmente di tenere a bada le lacrime in arrivo, mi spunta, come un fiore in bocca, un sorriso impertinente: a suscitarlo è quel gesto gentile, il portiere ragazzino che consola il suo allenatore e gli passa una-due volte la manona sulla crapa pelata. Rossi si scuote, si strofina gli occhi con la manica della giacca, alza lo sguardo e gli sussurra (almeno così credo): “Grazie, Salvatore… Vai… vai con i tuoi compagni, io preferisco restare da solo…”. Ecco, di tutta la notte tempestosa che è stata la notte di Roma, più che i colpi spietati di Eto’o e i suoi gol chirurgici; perfino più della sconfitta patita dal Palermo, al termine della sua più bella partita, mi resterà a lungo nel cuore e nella mente (e nella retina degli occhi, che la conserverà per sempre limpida e bella nel ricordo) l’immagine di solitudine che mi ha lasciato Delio Rossi, lì, solo e triste, in mezzo al campo, mentre tutt’intorno infuria la festa nerazzurra, bella e straniante ma anche un po’ sguaiata. E mi chiedo, incapace di darmi una risposta purchessia, perché mai uno come lui deve andar via, perché Zamparini non si giochi tutto quel che ha e tutto quel che sa pur di confermarlo alla guida della squadra. Perché un allenatore come lui, che ha plasmato alla grande, in poco meno di due anni, l squadra più giovane del campionato; le ha trasmesso la sua filosofia calcistica, fatta di bel gioco e bellissime giocate, garanzia di spettacolo, sempre, anche nelle giornate nere, anche nelle sconfitte peggiori, deve andar via se dove c’è il Palermo c’è bel gioco, vinca o perda, la gente che lo guarda si diverte e sa che non ha sprecato il suo tempo. Ed anzi, ha imparato ad amarlo sempre di più, proprio guardando giocare il suo Palermo. Perché deve andar via un allenatore così amato dalla sua gente, tanto da applaudirlo anche dopo uno 0-7 casalingo? Perché, mi chiedo ancora e non finirò di farlo finché Zamparini non si metterà la mano sul cuore e renderà i giusti meriti al suo allenatore, non uno qualunque, ma il migliore in assoluto nella lunga storia rosanero. Ecco, questo volevo dire e, come sempre, l’ho fatto col cuore in mano, straziato sì dalla sconfitta di ieri ma sempre pieno di speranza se a restare sulla panchina rosa toccherà ancora ed a lungo a Delio Rossi. P.S. Un’altra immagine brillerà tra le più belle nello scrigno dei miei ricordi speciali: ed è la carezza di Milito a Ezequiel Munoz, suo giovane e sfortunato connazionale, uscito tra le lacrime per un’ingiusta espulsione, un attimo dopo il gol della speranza, il gol del 2-1. Un gesto signorile che fa il paio con quel batter di mani di Eto’o sotto la curva degli impietriti tifosi rosanero. Bravo Samuel, un vero fuoriclasse: in campo per i gol e fuori per gesti come quello di domenica.

0 commenti

Commenta per primo!

Inserisci qui il tuo commento

Recupera Password

accettazione privacy