PENSIERI E PAROLE IN LIBERTA Re Miccoli è tornato!

PENSIERI E PAROLE IN LIBERTA Re Miccoli è tornato!

di Benvenuto Caminiti Il re è tornato, viva il re! Lungi da me, anche dai miei più remoti pensieri, qualsiasi velleità… monarchica; per fortuna sono nato e cresciuto in.

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di Benvenuto Caminiti Il re è tornato, viva il re! Lungi da me, anche dai miei più remoti pensieri, qualsiasi velleità… monarchica; per fortuna sono nato e cresciuto in regime di repubblica e, quindi, non so nulla e nulla voglio sapere di re e monarchi. Tranne che di uno, un re speciale, un re piccoletto (ma lo era anche il penultimo, quello che, vista la mala parata, preferì riparare in altri lidi, ben lontani dalle sponde dorate del nostro Bel Paese), gambe storte seppur muscolose, un destro al fulmicotone, scatto breve ma bruciante, fiuto del gol e classe, tanta classe da ammaliare le folle. Sto parlando, l’avrete già capito, di Fabrizio Miccoli, il capitano, uno ce n’è ed è lui, tutti gli altri gli fan da “vice” e sono felici così. Domenica Miccoli col suo gol folgorante, un tiro secco al volo di destro, una staffilata a filo d’erba che s’è incastrata nell’angolino alla sinistra del grande Antonioli (vero Hilander della serie A con i suoi 41 anni compiuti da un pezzo) ha regalato una preziosa, meritatissima vittoria al Palermo e Cassani, che come suo vice è in primissima fila, alla fine è corso verso la panchina per abbracciarlo. E non finiva mai quell’abbraccio, c’era tutta la gratitudine e l’ammirazione del mondo, ma non solo: c’era anche la felicità d’aver ritrovato il campione, quello che fa la differenza, quello che da solo può far vincere le partite. E questo lo sanno tutti, non solo i giocatori del Palermo, non solo il suo allenatore, ma l’intera tifoseria rosa, che ha aspettato il suo ritorno con l’ansia, la trepidazione del papà che ha temuto troppo a lungo per la salute del proprio figliolo. Miccoli è tornato, sono passati sei lunghi estenuanti mesi da quell’intervento spacca gambe di Zauri nella partita più importante della stagione, quella con la Samp che doveva designare la quarta squadra, quella dello spareggio in Champions League. Miccoli calciò e trasformò il rigore decretato da Rosetti e poi si accasciò: da vero leader della squadra non si tirò indietro, compì fino in fondo il suo dovere, riportò in parità la partita, ancora tutta (o quasi) da giocare e poi alzò bandiera bianca. Il fallaccio del terzino blucerchiato gli aveva lesionato i legamenti del ginocchio, roba di sei mesi di riposo forzato e per uno che non è più un ragazzino poteva anche significare l’inizio della fine. Ma non per uno come Miccoli, ragazzo del sud che, dopo la sua natia Nardò, ama Palermo, il Palermo ed i palermitani, vi si è identificato, si sente onorato di tanta passione, non teme la responsabilità che ne deriva anzi questa è tutta roba che lo infiamma lo esalta, lo aiuta a dare sempre di più, anche dopo un infortunio spesso devastante (basti vedere come sta soffrendo ancora Liverani, che ha patito un danno simile) come la rottura del crociato. Domenica sembrava congiurargli tutto contro, a cominciare dal terreno di gioco pesante, gonfio d’acqua per finire con l’avversario affamato di punti, in un catino che sembrava una bolgia perché il Cesena si giocava una fetta non trascurabile di salvezza. Sì, tempo ce n’è ancora tanto ma per una squadra come quella romagnola perdere punti in casa significa consegnarsi ad un amaro destino. Eppure di tutto questo ambaradan il piccolo guerriero non s’è neanche reso conto; ha corso, ha lottato, l’abbiamo visto perfino arretrare sino alla linea della difesa rosanero, per contrastare l’avversario diretto proiettato all’attacco: lì abbiamo riconosciuto la mano di Delio Rossi, che glielo predica sin dal primo giorno: “Un attaccante moderno, un vero campione – gli ha ripetuto sino alla noia – non se ne può restare nel suo orticello e se l’avversario gli ruba la palla lui deve inseguirlo!”. Quello che, fra tanto altro, ieri ha fatto: non solo, quindi, aperture geniali, fulminee triangolazioni, tiri di destro e di sinistro, punizioni e corner, ma anche contrasti e perfino colpi di testa. Insomma, tutto il campionario al completo e Rossi in panchina si leccava i baffi ed accelerava, se possibile, il già convulso ritmo della sua masticazione di chein-gum. Poi, al 18’ della ripresa, quando Rossi lo ha chiamato fuori, per la prima volta non s’è inquietato, sì è sfilata la fascia dal braccio consegnandola a Cassani, si è avvicinato al bordo campo, ha abbracciato Maccarone, sussurrandogli qualcosa all’orecchio, sicuramente, da vero capitano, parole di incoraggiamento. Quindi si è accomodato in panca ed ha seguito i trenta e passa minuti finali, quelli dell’assalto disperato del Cesena, con una partecipazione emotiva quasi uguale a quella del suo allenatore, che però si sfoga andando avanti e indietro lungo ed anche oltre la cosiddetta “area tecnica” e, naturalmente… masticando. Al fischio finale liberatorio di De Marco, l’ultima corsa, quella sotto la curva dei tifosi rosanero, un bel gruppo, tenuto conto della pessima giornata, che ha ritmato il suo nome per tutta la partita e pure dopo, finché non è sparito nel sottopassaggio degli spogliatoi.

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