PENSIERI E PAROLE IN LIBERTA “Palermo, ora sento solo violini e violoncelli…”

PENSIERI E PAROLE IN LIBERTA “Palermo, ora sento solo violini e violoncelli…”

“Pensieri e parole in libertà”, la rubrica del giornalista-tifoso del Palermo e scrittore Benvenuto Caminiti dopo la vittoria del Palermo contro lInter per 4-3. di Benvenuto Caminiti Non li.

Commenta per primo!

“Pensieri e parole in libertà”, la rubrica del giornalista-tifoso del Palermo e scrittore Benvenuto Caminiti dopo la vittoria del Palermo contro lInter per 4-3. di Benvenuto Caminiti Non li sento più i gufi e le cornacchie che per tutta l’estate, fastidiosi e petulanti, mi sono rimbombati nelle orecchie: ora sento violini e violoncelli, cantilene dolcissime e gorgheggi melodiosi. Così è la vita, dall’oggi al domani cambia tutto e se fino a ieri eri un “bovero negro”, oggi ti svegli e ti accorgi di essere diventato un biondo vichingo dall’occhio ceruleo. E’ il bello della vita, è il bello del calcio, che della vita è metafora, rappresentazione giocosa e drammatica ad un tempo, il volto bello e quello brutto, il tutto anche solo in un istante, lungo come un batter di ciglia e tu neppure te ne accorgi e fai e dici tutto il contrario di quello che hai “vomitato” per mesi: che la squadra non c’è, che il mercato è stato un disastro, che siamo senza allenatore, che rischiamo la serie B. Cornacchie e gufi, dicevo, che si inseguivano a perdifiato nei giornali e nelle tv e si concentravano alla fine, tutti d’accordo come accade di rado, nell’attaccare il presidente, reo di tutte le colpe umanamente possibili, a cominciare dal fatto “che ha smembrato una squadra” per finire con un concetto antico, duro a morire nonostante tutto e cioè che “’u presirienti co Paliermu piensa sulu a farisi i picciuli!”. Una povera estate che non finiva mai, cominciata con la figuraccia rimediata in Uefa League (eliminazione nel preliminare ad opera del Thun, mica del Real) e proseguiva con le penose esibizioni in amichevole con il Fenerbache e con il Napoli. Un’estate che segnava la fuga dei “caporioni” della squadra, quelli che avevamo scambiato per il cosiddetto “zoccolo duro” ed invece era il ventre molle del Palermo, e cioè i vari Sirigu, Cassani, Bovo, Nocerino. Per tacere di Pastore, il fiore all’occhiello del Palermo di Delio Rossi, che certo non si poteva trattenere in rosa davanti alla superofferta dei 43 milioni del PSG. E finalmente domenica sera, alle 22.45, l’estate se n’è andata ed aveva un’altra faccia, stavolta allegra e festosa, e già da stamane al “Bar dello Sport” di Morello e Amato, le parole erano serenate dolcissime “per un Palermo tutto anema e core”, per “ un giovane allenatore che ha dato una lezione di calcio ai milionari dell’Inter”, “per il nostro capitano, tornato il fuoriclasse dei tempi belli”. Insomma, ieri “bovero negro”, oggi bello, ricco e potente: succede solo nel calcio, succede perché in una partita si capovolge il destino di una squadra che si credeva debole e indifesa ed invece si svela forte ed imbattibile. Sembra un miracolo ma io non credo ai miracoli, neanche in un pianeta strano ed imprevedibile qual è quello del calcio. Non è un miracolo, infatti, che Zamparini, esonerato Pioli, abbia consegnato la squadra – una squadra a pezzi, divisa in mille rivoli, scontenta e depressa – ad un giovanotto “senz’arte né parte”, intendo senza un vero pedigree calcistico, che ne garantisse il risultato. A Devis Mangia, trentasettenne allenatore della “primavera” rosa ed ex di quella del Varese con la quale l’anno scorso sfiorò la clamorosa vittoria finale in un vibrante scontro diretto con la Roma, perso solo ai calci di rigore. Ad uno, quindi, che proprio nessuno non era e che poteva contare sulla stima di un vero “guru” del calcio mondiale come Arrigo Sacchi. Troppo poco, comunque, per uscire da una crisi che si profilava drammatica, la peggiore da quando Zamparini è arrivato a Palermo e che lui stesso tale ha definito in un momento di grande sconforto: “Questo è il momento peggiore da quando ho preso il Palermo!”, subito dopo aver ricevuto in sequenza il “no” di Delio Rossi, prima e di Claudio Ranieri, dopo. Anche lui, quindi – ed è umanamente comprensibile – sapeva che affidarsi ad un outsider come Mangia era un rischio forse peggiore di quello di aver licenziato Pioli a campionato neppure iniziato. Lo sapeva bene, ma lui è uno che ama l’azzardo, uno che si butta e pur di non struggersi nei dubbi e nelle incertezze, ha deciso in una notte quel che agli occhi di tutti, gufi e cornacchie compresi, era solo l’ennesimo colpo di coda di “un presidente che aveva deciso di rimandare il Palermo in serie B, là dove l’aveva prelevato e poi salutare amici e parenti e tornarsene al in Friuli, che è il paese suo, la sua casa”. E – lo sappiamo bene – dopo aver girato il mondo, tutti torniamo a casa, tra la nostra gente e così sembrava potesse aver pensato anche Zamparini. Anche se diceva di no, che il Palermo era forte, più forte di prima, che i nuovi arrivi erano fortissimi e tanta altra roba simile, che suonava alle orecchie dei tifosi imbufaliti come l’ennesima intollerabile provocazione di un presidente che ormai voleva una cosa sola: passare la mano. Poi, finalmente dopo lo sciopero dei calciatori, è arrivato il campionato con un impegno sulla carta proibitivo: la grande, fortissima Inter dei vari Milito, Zarate, Forlan, Zanetti, Lucio, Samuel, Julio Cesar e tutti gli altri in sequenza, dal primo panchinaro all’ultimo. Pensate: i soli Zarate e Milito prendono d’ingaggio più di quello che Zamparini passa all’intera rosa del Palermo! Eppure, ieri questa grande differenza non si è vista, perché il calcio è bello, è unico, nel senso che il più forte e, quindi, meritevole della vittoria, non è sempre il primo della classe, se questi non ha studiato e si è presentato in campo con la spocchia del predestinato, senza rispetto prima di se stesso e poi dell’avversario. Ecco, questo ieri sera è accaduto: che l’Inter credeva di fare un sol boccone del povero Palermo, per di più dilaniato dalla crisi, ed invece si è trovato di fronte un avversario che correva il doppio, che pressava in ogni angolo di campo, che ripartiva con feroce determinazione. E non ha visto palla per almeno mezzora. E che, pur passata in vantaggio con un gol d’accatto, è stata pressata ancora di più, ancora di più azzannata in ogni zolla del terreno di gioco (pensate un po’ agli interventi gladiatori di Silvestre e Migliaccio, alla sontuosa regia di Barreto, agli affondo strepitosi di Miccoli) così da venire raggiunta una prima volta, poi un seconda, per essere alla fine tramortita dall’uno-due di Miccoli e Pinilla. Per poi lamentarsi, per bocca del suo allenatore, di chissà quali “strani episodi subiti dalla mia squadra”, senza neanche il pudore di riconoscere la superiorità dell’avversario, come si dovrebbe fare sempre, soprattutto tra uomini di sport. E chiudo con un grazie di cuore alla vera sorpresa di quest’inizio di campionato: a Devis Mangia, uno dall’occhio sveglio, che tutto osserva e tutto valuta come merita: l’Inter supergalattica affrontata a viso aperto, come fossimo noi … l’Inter e il Palermo diviso e sconnesso di Pioli trasformato in dieci giorni scarsi in una vera macchina da guerra: occhi di tigre, gambe di acciaio e, soprattutto, cuore indomabile.

0 commenti

Commenta per primo!

Inserisci qui il tuo commento

Recupera Password

accettazione privacy