Palermo, perché non segni? E Ballardini pensò al martello di Michelangelo

Palermo, perché non segni? E Ballardini pensò al martello di Michelangelo

di Francesco Graffagnini C’è un celeberrimo aneddoto che ha come protagonista una statua renitente alla chiacchiera, il Mosè di Michelangelo, al quale scultore la tradizione.

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di Francesco Graffagnini C’è un celeberrimo aneddoto che ha come protagonista una statua renitente alla chiacchiera, il Mosè di Michelangelo, al quale scultore la tradizione attribuisce la famosa domanda “Perché non parli?”, seguita da un’irosa quanto vana martellata sul marmoreo ginocchione della scultura. Stando alla leggenda, un gesto di rabbia del Buonarroti che nasceva dallesasperazione verso una statua così perfetta da sembrare viva, eppure muta. Ora, noi non sappiamo contro il ginocchio di chi potrebbe scagliarsi Davide Ballardini (che poi potrebbe non essere il ginocchio, ma qualsiasi altra parte anatomica di una delle sue calcistiche creature: il polpaccio di Miccoli ad esempio – meglio di no; il piede di Cavani – ecco forse quello lo martellerebbe più volentieri; oppure la testa di Simplicio – e così addio ai ricci del brasiliano). Ma una cosa è certa: dopo la debacle interna contro la Juventus, maturata nel modo in cui tutti hanno potuto ammirare, difronte allennesima prestazione godibile e di alta qualità della squadra, dalle viscere del tecnico rosanero – in turbinoso subbuglio per un ingestibile senso di impotenza e frustrazione – deve essersi levata chiara e forte la domanda “Perché non segni?”. In realtà, davanti le telecamere, ai microfoni del post-partita Ballardini è stato molto più compito e razionale: “Il Palermo ha fatto la partita, ha creato di più ha corso di più, ma le grandi squadre con poco riescono ad ottenere molto. In generale la squadra anche questa sera ha fatto una grande partita. La Juventus è stata brava chiudersi dietro. Noi non siamo stati bravi a rimediare allerrore nelloccasione del gol. Con la palla a terra abbiamo messo in difficoltà la Juventus”. Ma nella sequenza di quei più (ha corso di più, ha creato di più, ecc. ecc.) e in qualche espressione un po tirata, offerta solo per una frazione di secondo di fronte a chi gli riportava la versione del tecnico bianconero, forte della capacità di andare a segno dei suoi, si è letto il ribollire interiore di quella domanda: “Perché (anche tu) non segni?”. Come al Mosè di Michelangelo, opera perfetta per la verosimiglianza delle linee e per la forza espressiva, mancava solo la parola per essere ritenuta sublime, così al Palermo di sabato sera, squadra a tratti devastante e sempre gradevole nello sviluppo della manovra (tanto da mettere alle corde la possente Vecchia Signora), è mancato solo il gol per far gridare allunisono tutti i commentatori dItalia (oltre ai tifosi rosanero, sintende) “Che spettacolo!”. Già, il gol: quel particolare per nulla insignificante che nel calcio moderno decreta la sottile differenza fra chi è vincente e chi non lo è. E sì, perché oggi giorno – con la globalizzazione e linternazionalizzazione delle scuole di pensiero calcistico, oltre allesportazione delle risorse umane della panchina e del campo – non è più utopia pensare e vedere che una squadra della Cina giochi in maniera godibile. Ciò che fa la differenza, tuttavia, resta la malizia calcistica, la capacità di far bottino pieno in qualsiasi situazione ambientale, labilità ad essere cinici sotto porta anche quando nellarco di una gara dovessero capitare tre occasioni tre contro le 20 dellavversario. Un po ciò che aveva fatto il Palermo appena un anno fa, giusto contro la Juve ed esattamente al Barbera: tre palle tre gol. Si dirà: ma lì cera ancora Amauri, che di tre palle ne mise dentro due. Sottolineatura che non è solo frutto del pensiero partigiano dei tifosi (che a discapito di strategie e bilanci societari vorrebbero sempre veder trionfare la propria squadra), ma che è addirittura giunta puntuale a fine gara dalla voce del presidente Maurizio Zamparini: “Se oggi ci fosse stato Amauri al centro dell’attacco? Avremmo vinto noi 3-1”. Unincredibile autorete: a rigor di logica andrebbe interpretata così lesternazione del presidente, alla quale il coro dei tifosi di cui sopra potrebbe a ragione far seguire la battuta “Potevi pensarci prima!”. In realtà, per chi ha buona memoria storica (non è che poi ci voglia tanto) risulta chiaro come questa sia, nei corsi e ricorsi della recente storia rosanero, la stagione senza bomber. Da quando Zamparini è alla guida della società cè sempre stata una stagione di mezzo, fra la partenza di un grande centravanti e larrivo del suo vero successore, in cui la squadra si è dovuta barcamenare nel migliore dei modi possibili sopperendo alla sufficienza delle pedine del reparto offensivo (in termini numerici di gol, sintende, non in qualità). Dopo lera Toni, se ben ricordate, cè stato linterregno Caracciolo-Makinwa, divenuto dopo mezza stagione Godeas-Di Michele. Quindi larrivo di Amauri. La scorsa estate laddio del brasiliano: ecco spiegata dunque la stagione di transizione. Stando alla tradizione, il prossimo campionato dovrebbe tornare ad essere appannaggio di un grande bomber. Uno addirittura meglio di Pazzini, che lo stesso Zamparini (allindomani del non avvenuto acquisto) ebbe a definire giocatore poco decisivo. In effetti uno che mette in fila quattro reti consecutive in sei partite con la maglia della Samp, non può certo essere definito decisivo: si adatta meglio il termine gallina dalle uova doro. Ma, come tutti sanno, quella gallina ha preferito autonomamente un altro pollaio, quindi è inutile recriminare. Resta il rimpianto, che ben inteso non è solo di Ballardini, di una squadra che alle volte non parla, resta muta, vanificando il gran lavoro prodotto sul campo. Sempre il tecnico rosanero, a fine gara, contava ben 15 (o quasi) cross messi in mezzo dallo straordinario Balzaretti di giornata. Tanto rumore per nulla, si potrebbe dire restando in tema di citazioni. Un concetto che laltro terzino di fascia Mattia Cassani esemplifica così: “Le nostre caratteristiche fanno si che diamo sempre lappoggio ai centrocampisti. Oggi più di altre volte abbiamo provato soluzioni esterne, purtroppo è anche vero che non abbiamo giocatori in area che possono sfruttare i nostri cross, ma nel complesso tutti abbiamo disputato una buona partita”. Nel complesso hanno anche vinto gli altri. Si dirà, ed è vero, che la sorte non è stata benevola. Sempre il presidente: “Alla fine della partita, mi sono fermato nello spogliatoio a ringraziare i ragazzi perché il Palermo ha fatto una grande partita – ha dichiarato il patron rosanero a Sky -. Quella di stasera era una di quelle partite che nascono storte. Alla fine del primo tempo, avevo detto ai miei amici che avremmo perso 2-0. E infatti è andata così. In 50 anni di calcio, capisco subito quando una partita nasce storta. Domenica scorsa la Juventus ha avuto una partita storta con la Sampdoria, questa volta è toccato a noi con la Juventus”. Con la differenza che la Juve la partita storta lha pareggiata, guarda caso con una rete di quel tale Amauri. Basta così, però: altrimenti si rischia di venir divorati dalla malinconia. Si può solo aggiungere che a volte la fortuna va anche aiutata e se, dopo la traversa di Miccoli, Simplicio avesse dato una mano più consistente al pallone nel percorre la strada verso la rete, alle spalle di Buffon, certo avremmo potuto discutere di tuttaltra gara. Ma il calcio non si fa coi se e coi ma: si fa con i gol e con la forza dei risultati. E a chi non segna non resta che godersi lo spettacolo, restando muti.

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