Roma, Monchi: “Obiettivo? Voglio esaudire i sogni dei tifosi giallorossi. Il derby…”

Roma, Monchi: “Obiettivo? Voglio esaudire i sogni dei tifosi giallorossi. Il derby…”

Le parole del direttore sportivo della Roma, Monchi, a proposito della passata esperienza a Siviglia e dell’approdo alla dirigenza giallorossa.

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Il direttore sportivo giallorosso Monchi, in un’intervista concessa al giornalista spagnolo Alberto Gallego, è tornato a parlare della lunga esperienza da giocatore prima e da dirigente, dopo il ritiro, a Siviglia.

Quando ho deciso di ritirarmi dal calcio giocato era un momento difficile per il Siviglia. È un po’ anche il motivo per cui mi lasciarono assumere la direzione sportiva: era una situazione complicata e nessuno si azzardava a prendersi la responsabilità di uscire fuori dal tunnel. Lo feci io, forse con un po’ di sana irresponsabilità. La società aveva problemi sportivi e soprattutto economici, era molto vicina al fallimento. Ciò che ereditai non era certo il meglio, ma ebbi la possibilità di costruire un futuro. Ebbi la fortuna di circondarmi di gente che, come me, amava il Siviglia più di ogni cosa. Un presidente tifosissimo, idem l’allenatore, così come quello delle giovanili. Il mio staff allo stesso modo amava questo club. Così con poche forze iniziammo a ricostruire il Siviglia. Il grande Siviglia dei titoli venuto dopo non sarebbe esistito senza quel primo Siviglia di Joaquin Caparros e Manolo Jimenez. Nella sofferenza costruimmo una base su cui poi si poté costruire l’edificio del grande Siviglia.

L’ex portiere spagnolo, dopo aver lasciato i biancorossi di comune accordo con la dirigenza, ha firmato nella primavera di quest’anno un contratto di 4 anni come direttore sportivo della Roma: “Ora sto alla Roma perché mi lasciano lavorare come lavoravo al Siviglia. Io ho un metodo, se non lavoro così non valgo nulla. Ma se la Roma mi ha chiamato è perché conosce la mia forma di lavorare, non devo cambiare, qui posso essere Monchi. La Roma è un club che storicamente ha esigenze molto alte. Un club in cui si percepisce la pressione e la necessità di ottenere grandi risultati. Il mio obiettivo è innanzitutto quello di consolidare un progetto che già si è avvicinato alla vittoria di questi titoli. Devo mantenere questo progetto in alto e dargli una consistenza e uno stile. Ovviamente un mio obiettivo è quello di esaudire il sogno di qualsiasi romanista, che è vincere un titolo. Nella Roma questo non si può eludere: è un obiettivo.

Il direttore sportivo giallorosso, difatti, ha ben chiare il funzionamento del lavoro all’interno del club: “Nel mio team ci sono molte persone, principalmente impiegate nello scouting. Dividiamo l’anno in due parti: in una vediamo le partite di calcio in generale, nell’altra siamo più concreti e osserviamo i giocatori che abbiamo selezionato. È complicato spiegare il mio metodo. Cerchiamo costantemente di creare dei filtri secondo dei parametri che ci siamo preposti.

Monchi, all’interno dell’intervista, svela anche i retroscena del rapporto tra la dirigenza di un club e l’allenatore: “Innanzitutto c’è il lato sportivo: tattico, tecnico… Ma c’è anche un aspetto legato alla filosofia del club. Può succedere che ci sia un allenatore che sia un mostro di tattica ma la cui filosofia non coincide con quella del club. Io cerco sempre di considerare sia l’aspetto sportivo sia quello umano, economico, sociale di un potenziale allenatore. La figura che vado a scegliere deve incastrarsi perfettamente nel vuoto che va riempito. La decisione di esonerare un tecnico solitamente viene presa quando si percepisce che l’allenatore ormai non ha più possibilità. Bisogna cercare di entrare nella sua mente e capire se è possibile o no che recuperi la situazione. È più questo che altro.

E a proposito del derby, che la Roma ha vinto nel girone di andata del campionato: “Il derby vinto non è stato proprio il mio primo perché quando arrivai l’anno scorso ne giocammo uno, purtroppo perso. Ovviamente questo l’ho vissuto con più intensità. Posso dire che sto cominciando davvero a viverlo come un derby, anche se ancora un po’ mi risulta difficile, perché il mio rapporto con la città non è così intenso come lo è a Siviglia. Chiaramente qui esco di meno, ho meno amici, ho conosciuto meno gente. Però devo ammettere che la settimana del derby ho iniziato a rendermi conto di cosa sia. Andavo al supermercato e mi dicevano “Direttore questa partita dobbiamo vincerla“, così anche al ristorante e per strada… Però ancora un po’ fatico. Nel campo l’ho percepito moltissimo, vedendo come i giocatori celebravano la vittoria e come lo facevano i tifosi. Credo sia simile a quello di Siviglia, perché sono due tifoserie calde. Questo l’abbiamo vinto e quindi bene così, è stata un’esperienza perfetta.

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