FOCUS: UN LUNA PARK CON VISTA SUL FUTURO

FOCUS: UN LUNA PARK CON VISTA SUL FUTURO

di Leandro Ficarra
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di Leandro Ficarra

Bentornati al Luna Park! A distanza di un paio di mesi il “Barbera” torna ad essere sfizioso parco divertimenti per calciofili dal palato fine. Lustrando una parata di attrazioni, vecchie e nuove, artefici di uno spettacolo che ha coinvolto e soddisfatto i circa quindicimila presenti.

Palermo e Genoa si sono affrontate a viso aperto. Al netto di speculazioni tattiche ed alchimie strategiche conservative. Compagini sgravate da logoranti stress da classifica, hanno estrinsecato sul campo cifra tecnica ed indole propositiva. Leggere nella testa, brillanti sulle gambe. Le due squadre hanno sciorinato geometrie fluide, armoniose ed esteticamente gradevoli. Voglia di creare, costruire, graffiare l’avversario. Qualità ed intraprendenza, buona intensità poca densità. Collettivi ben assemblati in impianti di gioco ben definiti. Equilibri rodati, soliti pregi, consueti difetti. Un paio di individualità top class per parte.
La brama di fare calcio che prevale, per una volta, sull’arido dogma di inibire in primis il gioco avversario.
Rosanero e liguri hanno divertito divertendosi.
Il Palermo ha vinto con merito non lesinando la consueta dose di  pathos a se stesso ed al suo pubblico. La banda Iachini ha disputato un primo tempo di assoluto livello. Squadra alta, aggressiva, intensa. Ha impattato il match con lucido furore avventandosi in pressione sull’avversario e distendendosi chirurgicamente tra le pieghe del suo dispositivo.
Due sberle bulgare per stordire Gasperini. Dybala che ispira, Chochev che  esegue.

Il mago che incanta, il nuovo che avanza. Poi la serie infinita di sprechi sull’altare di una narcisa imperizia in sede di rifinitura.

Il solito bacio amaro ai legni, il diciottesimo, il baricentro che si abbassa, il Genoa che spinge, guadagnando metri e convinzione. Il colpevole vizio della linea difensiva che accende Falque, la gara riaperta e la cronica incapacità di chiuderla. Quella fisiologica apprensione nei minuti finali ormai di casa al “Barbera”. Qualche mischia, un pizzico di titubanza figlia della tensione. Nel complesso un finale gestito con ordine e la giusta attenzione in fase difensiva. Pochi affanni e niente danni. Ancora tre punti in cassaforte.

Preziosi e significativi in chiave presente e futura.

Il secondo successo consecutivo dopo il blitz di Udine. Fondamentale per dare una spolverata alla propria stagione. La salvezza era già un traguardo virtualmente acquisito adesso divenuto realtà. Ogni alone di  perplessità insinuato dal bimestre di crisi è stato prontamente cancellato da una reazione di livello. Sul piano caratteriale, motivazionale e tecnico.
Scatto di testa e di orgoglio che ha prodotto una buona ma improvvida prova contro il Milan, due vittorie, belle e convincenti, contro Udinese e Genoa. Ridando prestigio e lustro alla classifica ed al campionato degli uomini di Iachini. Torneo che, al netto del conseguimento in scioltezza dell’obiettivo, resta più che gratificante per valori tattici e tecnici, coralità e qualità di gioco, maturazione dei singoli, valorizzazione dei talenti in organico.
Resta il rammarico dettato dalla consapevolezza che l’infausto riverbero mentale e psicologico, retaggio delle vicende Munoz e Barreto, unitamente agli accecanti bagliori di mercato sul tandem argentino, ha sensibilmente inficiato concentrazione e convinzione del gruppo in un momento topico della stagione. I due punti in sei gare hanno mortificato qualsiasi audace divagazione. Qualsiasi velo di rimpianto si dissolve nell’onestà della ragione.

Al netto di distrazioni, cattiva sorte ed infortuni, questa rosa non poteva obiettivamente concorrere per traguardi diversi. Per fisiologici limiti strutturali insiti nel dna di una matricola: deficit di concretezza, cinismo, tenuta mentale e capacità di gestione del risultato.

Limiti che, congiuntamente a quelli di matrice tecnica e strutturale, inibiscono quella continuità di risultati fattore indispensabile per covare sogni di gloria. Non era lecito né ragionevole auspicarsi standard di rendimento superlativi per l’intera annata da calciatori alla loro prima esperienza nella massima serie o addirittura nel calcio italiano.

Eppure ognuno di loro è cresciuto a suo modo. In maniera esponenziale, tutelato ed instradato dai senatori del gruppo, forgiato e telecomandato da Iachini. Chi si è erudito tatticamente ed affinato nei fondamentali, chi è esploso atleticamente, chi ha mostrato le stimmate da fenomeno. Con coesione e mutualità tra individualità e reparti hanno formato una squadra vera. Capace di ritrovarsi , compattarsi e rifugiarsi in campo nei sincronismi tangibili instillati dal suo allenatore. In un ‘orchestra che funziona ogni nuovo interprete difficilmente stecca la sua nota.

La gara contro il Genoa ha offerto molteplici spunti di riflessione. Il 3-4-3 di Gasperini ha esaltato le peculiarità dell’undici rosanero. Il baricentro alto, l’esasperazione della spinta sulle catene laterali, la voglia di andare dentro sempre e comunque di attaccanti esterni e centrocampisti. Si protende e si alza troppo la squadra ligure, non sempre coi tempi giusti. Si smaglia e si allunga, corre troppo in avanti poco indietro. Talentuosa ma sterile ieri al “Barbera”.  Lascia interspazi tra le linee, scherma poco la retroguardia, concede profondità alle sue spalle. Il Palermo è andato a nozze. Sfoderando la sua aggressività in pressione e riconquista della sfera, sollecitando la gamba di Lazaar e Rispoli sulle corsie, capitalizzando la tecnica  di Dybala e Vazquez, scoprendo i tempi di inserimento di Chochev.

Partiamo da Dybala. Sontuosa la sua partita sotto gli occhi del coach albiceleste Martino. Non tanto per le magie, i sublimi ricami sullo stretto, le leccornie balistiche. Patrimonio pregiato ma felicemente noto al pubblico rosa. Incantevole è stata l’interpretazione della sua gara, permeata da una maturità e un’ intelligenza proprie del fuoriclasse. Mai una giocata fine a se stessa. Ogni dribbling, ogni movimento, taglio o elastico che fosse, era perfettamente funzionale alle esigenze della squadra. Utile ad aprire un varco da attaccare, a scompaginare la linea difensiva avversaria, ad imbucare il compagno di turno. Tempi perfetti, letture raffinate, opzioni ideali. Non fa pesare il suo talento, lo divide in parti uguali con il resto della squadra. L’assist per il raddoppio di Chochev è perfetta sintesi del suo match: tecnica nel congelare la sfera, forza nel proteggerla e resistere alla pressione, altruismo ed astuzia nell’attendere l’inserimento del bulgaro, leggiadria nel dosare l’appoggio. Visione totale e collettiva del gioco. Oltre ogni egoismo. Generosità fa rima con grandezza. Martino avrà preso nota.

Cosa che dovrebbe fare anche il suo gemello. Vazquez contro il grifone ha mostrato a tutti la sottile, ma spesso invalicabile, linea di demarcazione tra il buon giocatore ed il potenziale campione. In antitesi con quanto mostrato da Dybala. Il “mudo” si è incartato in mille fumosi personalismi. Invasato, come spesso gli capita, dalla voglia nefasta di stupire a tutti i costi. Giocando più per se stesso che per la squadra. Ostinandosi nella ricerca di giocate ad effetto, perdendo palle che potevano essere sanguinose, mortificando slalom tecnicamente pregevoli con un attimo, un dribbling, superfluo. Sempre di troppo.
La ricerca dell’uno contro uno, della superiorità numerica, dell’intuizione geniale è certamente patrimonio insito nel suo calcio. Genio ed estro dell’ex Belgrano, in termini di esecuzione e di pensiero, permangono frecce preziose all’arco di Iachini. Talvolta però esagera, denotando scarsa lucidità nel leggere la sua giornata e tararla in funzione delle esigenze di squadra. Forse la presenza in tribuna di Martino l’ha fuorviato in tal senso. Voleva strafare. Ha fatto poco e male. Evadere da questa bolla narcisa che si intravede nel suo calcio, potrebbe essere la chiave per un ulteriore salto di qualità nel suo processo di maturazione.Mettere maggiormente il suo talento ai servigi della causa comune ottimizzerebbe le sue indubbie qualità.

La linea difensiva, ben guidata da Gonzalez, ha ribadito che Vitiello ed Andelkovic sono soldati attenti ed affidabili se coadiuvati dalla compartecipazione di tutti i reparti alla fase di non possesso.
Lazaar non ha entusiasmato ma ha fatto il suo. Rispoli è stato forse il migliore in campo. Versione freccia rosa sul binario destro, l’ex Parma ha convinto per brillantezza atletica, tempi di sovrapposizione, precisione negli scarichi e nelle giocate sugli attaccanti. Rigoni ha giganteggiato per dinamismo, sagacia tattica e saggezza in mezzo al campo. Jajalo ha lottato da par suo con lodevole veemenza ma non altrettanta lucidità.
Chochev continua a sorprendere. In evidente crescita di autostima, il giovane intermedio bulgaro si è scrollato di dosso i disagi del noviziato. Sinistro educato, discreta padronanza sullo stretto, buona capacità di inserimento. Terzo gol in due gare, migliora l’affiatamento con i compagni e procede bene il suo apprendistato tattico nel nostro calcio. Il dopo Barreto è già cominciato. Belotti e Bolzoni hanno dato il loro piccolo ma onesto contributo nel finale, Daprelà ha fatto rifiatare Lazaar.

Lo spirito mostrato contro il Genoa è certamente un viatico confortante in vista del finale di stagione.
Ma, soprattutto, una promettente finestra su quella successiva. La voglia di affinare equilibri, automatismi collettivi ed identità di gioco è tangibile. Non c’è clima da fine ciclo, da ultimo giorno di scuola. L’atmosfera è quella di una serena e convinta dedizione alle prove di laboratorio. Consolidare il telaio, smussare i difetti, levigare i tasselli del puzzle relegati oggi a margine ma destinati ad essere centrali nel prossimo futuro. Puzzle che il club dovrà provvedere ad arricchire e completare con attenzione ed oculatezza.
Sempre nel segno di Iachini. Sarà lui a dover mantenere armonioso e plastico un mosaico che, nella prossima stagione, sarà spoglio di almeno un paio dei suoi tasselli più preziosi.

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