FOCUS: IL VOLTO SANO DEL NOSTRO CALCIO

FOCUS: IL VOLTO SANO DEL NOSTRO CALCIO

di Leandro Ficarra
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di Leandro Ficarra

Non inganni il risultato. Il “Barbera” ha mostrato ieri il volto buono del nostro calcio. Merito di Palermo ed Empoli che hanno dato vita ad una sfida tatticamente sfiziosa e tecnicamente godibile. Brillando un tempo per parte, riuscendo nell’impresa di dar colore ad un pari a reti bianche. Realtà lontane per dimensioni e bacino d’utenza. Accomunate dal recente percorso sportivo imperniato su analoghi principi fondanti. Oculata gestione finanziaria del club, reperimento, formazione e valorizzazione di giovani talenti, nell’intento di conciliare il risultato sportivo con quello manageriale. In rapporto alle proporzioni ed ai rispettivi fatturati.

Hanno stracciato la serie cadetta riaffacciandosi alla soglia del salotto buono. Innestando pochi tasselli su intelaiature definite e collaudate. Avvolte dallo scetticismo, dallo scherno di chi pensava non potessero reggere il salto di categoria. Puntando tutto su due pregiati artigiani della panchina. Entrambi laureati maestri di calcio all’insindacabile ateneo del rettangolo verde.
Beppe Iachini e Maurizio Sarri sono due illustri esponenti di una specie in via d’estinzione. Antidivi per eccellenza, fuoriclasse del low profile.
Fautori di concezioni tattiche diverse nella forma, analoghe nella sostanza. Pietanze distinte, cucinate con gli stessi ingredienti. Organizzazione, automatismi, carattere e senso del collettivo. Veri e propri dogmi che sfociano nei rispettivi credi calcistici con relative diramazioni strategiche. Valori basilari ed imprescindibili per edificare il concetto di squadra. Sui quali entrambi hanno faticosamente costruito la loro carriera. Coltivando idee, delineando schemi, plasmando identità, forgiando piedi e testa di giovani talenti. Ai quali insegnare l’unica strada che conoscono. Quella del sacrificio, dell’applicazione, del lavoro. Sentiero maestro per chi, come loro, è arrivato senza scorciatoie. Remando controvento nello stagno della gavetta, mostrando con orgoglio la scorza, dura e levigata, negli inferi delle serie minori. Su quelle panchine ci sono arrivati. Con merito e sudore. Lavoro e risultati. Nessuno li ha proposti, né si sono accomodati. Sgobbano tanto, parlano poco. Preferiscono far esprimere le rispettive compagini. Le quali, magari con lingue diverse, esplicitano davvero un bel calcio.

Spiazzando la critica ed il suo presidente Iachini ha riproposto il 3-5-1-1. Un po’ per l’avversario, un po’ per convinzione. Forse per ribadire che, sarà anche un placido incassatore mediatico, ma il manico lo tiene sempre ben saldo.
Rispolverando Vitiello in retroguardia, Daprelà in luogo di Lazaar, proponendo Chochev vice Barreto, rinunciando a Maresca.
Optando per un centrocampo più dinamico e battagliero in virtù della struttura della linea mediana di Sarri. Quindi Jajalo schermo pensante, Rigoni intermedio di destra dedito alla pressione sulla sfera e con licenza di inserimento, il giovane bulgaro a galleggiare sul centro sinistra. L’intento era quello di limitare geometrie e palleggio del cervello toscano Valdifiori con un occhio particolare agli inserimenti senza palla di Vecino e Croce, abili non soltanto in percussione ma anche nell’attaccare gli spazi. Il pressing alto sulla trequarti empolese, portato già da Dybala, Rigoni e Vazquez, doveva sporcare l’indole manovriera dei toscani alla sorgente, opprimendo il giro palla difensivo.

Il piano nei primi trenta minuti ha funzionato benissimo. Il Palermo è partito a mille, coniugando intensità e qualità. Corto e veemente come nei giorni migliori, la squadra rosa ha messo in ambasce il pur rodato dispositivo toscano. Jajalo non è un playmaker puro ma fa bene le due fasi. Tignoso in tackle e lineare nella distribuzione nella manovra. Non inventa direttrici di passaggio illuminanti, ma smista con ordine e buon senso geometrico. Ha piglio, tempi di gioco e piede educato. Daprelà e Morganella hanno due brutti clienti sulle corsie. Hysaj e Mario Rui dispongono di gamba e qualità. Così il Palermo buca la densità empolese in verticale e per vie centrali, grazie al talento infinito dei due argentini. I quali seminano regolarmente l’uomo, creando superiorità numerica, duettano sullo stretto in maniera deliziosa, cercandosi e trovandosi con fraseggi per palati fini. Rigoni, versione incursore, costituisce per loro sponda preziosa. Il Palermo disegna meravigliose ed istantanee combinazioni palla a terra, declamando versi balistici in perfetto stile play station. Occasioni nitide e clamorose, Dybala che spara su Sepe, Vazquez che timbra la traversa con un terrificante shoot mancino, ancora il principito che sfiora il palo, il Mudo che chiude troppo l’angolo in diagonale.
Il tutto intervallato da una doppia importante parata di Sorrentino prima su Big Mac poi su Tavano.

Solita storia. Primo tempo di grande spessore con la partita in mano e le carte per chiuderla. Senza riuscirci. Un mix di imprecisione, foga, cattiva sorte. Che si traduce in una frustrante mancanza di concretezza.
Anche perché, quasi fisiologicamente, dopo gli strappi e le accelerazioni della prima frazione, il motore degli uomini di Iachini riduce notevolmente il tenore dei suoi giri nella ripresa.
Dazio che diventa fastidioso se non riesci ad infliggere le stoccate letali nel momento del massimo sforzo.

Contro gli uomini di Sarri, la metamorfosi rosa è arrivata puntuale dopo l’intervallo. Viene meno la brillantezza per pressare alti, i reparti faticano ad accorciare sincroni e compatti perdendo le distanze. Calano d’intensità anche le due stelle, il cui peso specifico nell’economia della manovra è inestimabile. Non solo per il genio calcistico e la qualità che garantiscono in rifinitura e finalizzazione. Dybala, col suo moto perpetuo e variegato, scompagina le linee difensive e crea varchi per gli inserimenti degli interni. Vazquez ama fare l’elastico, abbassandosi spesso ed impreziosendo con estro e giocate estemporanee anche la fase di costruzione. Quando entrano in riserva i fenomeni argentini, i temi propositivi divengono, gioco forza, farraginosi e scolastici.

Persi ritmo ed intensità, l’Empoli ha ereditato il pallino del gioco. Rubando l’occhio e la scena sul piano corale ed estetico. L’armonia dei meccanismi sfoggiata dai toscani nell’esecuzione delle due fasi è davvero mirabile. La linea difensiva tende a stare alta, pronta a salire sulla palla coperta ed a scappare indietro quando urge chiudere la profondità. Guidata dai baluardi centrali Tonelli e Rugani, grande prestanza atletica, buon tempismo, eccellenti nel gioco aereo. Irriducibili gli esterni bassi: Hysaj e Rui arano le corsie, difendono e spingono con rapidità e buona tecnica di base. Le loro sovrapposizioni costanti sono una risorsa fondamentale del gioco offensivo di Sarri. Valdifiori è un playmaker poco celebrato ma molto bravo. Pensa e vede il movimento del compagno un attimo prima. Mette la palla in verticale, di prima e coi giri giusti, come pochi centrocampisti sanno fare. Croce e Vecino sono due perfetti complementi dell’ingranaggio. Gregari di lusso, hanno gamba, buoni fondamentali e tempi d’inserimento. Gioventù e talento abbondano nei piedi di Saponara, Verdi, Levan e Zielinski. Le vecchie volpi,  Tavano e Big Mac costituiscono l’usato sicuro. Malizia, carisma e senso del gol. Un pizzico stagionati, ma in questo mosaico ci stanno benissimo.

Ciò nonostante, la squadra di Sarri ha creato una sola palla gol clamorosa nel finale. Sprecata da zero metri da Mchedlidze, dopo una percussione di Verdi. La compagine toscana orchestra bene le sue tracce offensive ma è un po’ troppo leziosa al momento di concludere. La difesa rosa ha in generale retto bene. Rimediando con buone chiusure agli errori di lettura. Positiva la prova di Vitiello. Così come quella di Gonzalez fino al momento dell’infortunio. Out il centrale della Costa Rica, Iachini ha messo dentro Terzi mantenendo il 3-5-1-1.
Variazione di modulo rimandato alla parte finale del match, quando il tecnico marchigiano ha gettato nella mischia Belotti coniando una sorta di 4-3-1-2 che a tratti diveniva un 4-3-3.
L’ultimo sussulto è firmato ancora Dybala. Rugani buca il lancio di Terzi ma il principito, stremato, non trova energie e lucidità per dribblare Sepe che rimedia in uscita disperata.

Gli infortuni di Morganella e Gonzalez hanno costretto Iachini a due cambi forzati, condizionando le sue strategie in corsa. L’esuberanza atletica e l’intraprendenza tra le linee di Quaison avrebbero potuto costituire una carta importante da giocare nel finale. In chiave salvezza è stato certamente incamerato un buon punto. Il vistoso calo prestazionale nella ripresa sta assumendo preoccupanti contorni di sistematicità. Costituisce certamente un fattore di criticità su cui riflettere. Così come l’incapacità di tradurre in maniera congrua e concreta la supremazia ed il volume di gioco prodotto nella prima frazione di gara.
Resta negli occhi un bel pomeriggio di calcio, l’ennesimo di una stagione assolutamente di livello sotto tutti i profili. Gli applausi del pubblico, i complimenti sinceri scambiati dai contendenti sul terreno di gioco. Sullo sfondo gli sguardi, in fondo soddisfatti, dei due tecnici. Ancora grondanti di sudore e adrenalina. Il volto sano del calcio.

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