Repubblica: Morosini si poteva salvare

Repubblica: Morosini si poteva salvare

Una ricostruzione portata avanti da Repubblica nella sezione inchieste ha portato alla luce dei media le cause della morte del centrocampista del Livorno, Piermario Morosini, ma soprattutto le gravi.

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Una ricostruzione portata avanti da Repubblica nella sezione inchieste ha portato alla luce dei media le cause della morte del centrocampista del Livorno, Piermario Morosini, ma soprattutto le gravi negligenze dei medici che hanno soccorso il calciatore senza l’utilizzo del defibrillatore. Ecco l’articolo integrale pubblicato su inchieste.repubblica.it.

La perizia della Procura del capoluogo abruzzese inchioda i tre medici che soccorsero il calciatore del Livorno crollato a terra durante la partita del 14 aprile del 2012. Saranno processati per omicidio colposo. “La possibilità di sopravvivenza si attestavano attorno al 70 per cento. Era presente sul campo un defibrillatore e c’erano tutti i presidi farmacologici per affrontare il caso. Ma nessuno si attivò. Tanto che lo stesso operatore del 118, seppure con l’ambulanza bloccata all’ingresso, avrebbe potuto tranquillamente raggiungere a piedi il ragazzo”.

PESCARA – Poteva vivere Piermario Morosini. Il giovane calciatore del Livorno morto all’età di 24 anni allo Stadio Adriatico a causa di un arresto cardiaco, in realtà “aveva il 70 per cento di possibilità di salvarsi” e uscire vivo da quella partita di Serie B del 14 aprile del 2012. Lo ha stabilito una perizia della procura di Pescara che ha anche inchiodato alle loro responsabilità tre medici che soccorsero il calciatore e che ieri sono stati rinviati a giudizio dal tribunale per omicidio colposo. RE Inchieste di Repubblica.it è entrata in possesso del documento ed è in grado di svelare le motivazioni degli esperti consultati dalla Procura.

“URLAVO: C’È IL DEFIBRILLATORE. MA NESSUNO MI HA ASCOLTATO”

LE FOTO CHE ACCUSANO I SOCCORSI

“Se si mette in correlazione l’intervallo di tempo intercorso tra l’arresto cardiaco e il primo shock defibrillante, con le possibilità di sopravvivenza del paziente – scrivono i periti Cristian D’Ovidio, Giulia D’Amati e Simona Martello – è possibile affermare che, all’arrivo del medico del 118 sul posto, le possibilità di sopravvivenza del Morosini si attestavano ad un livello perlomeno del 70 per cento, se si considera la disponibilità non solo del defibrillatore, ma anche di tutti i presidi farmacologici e non, necessari alla stabilizzazione del paziente”.
E la realtà è ancora più assurda se si pensa che il defibrillatore era presente in campo – come hanno ricostruito gli agenti della Digos scandagliando migliaia di fotogrammi di quella partita – ma nessuno, paradossalmente, lo usò. Non lo usò Manlio Porcellini, il medico del Livorno (il primo a soccorrere il giocatore), non lo usò Ernesto Sabatini il medico del Pescara, e nemmeno il medico del 118 in servizio quel giorno allo stadio, Vito Molfese. Sottolineano i periti: “È necessario sottolineare come, sulla base delle immagini, dopo circa 30 secondi dall’evento, fosse disponibile accanto al paziente il defibrillatore semiautomatico, pronto per poter essere utilizzato dai soccorritori”. Ed è proprio il fatto di non non averlo usato a spingere il Gip a rinviare a giudizio gli indagati.

IL MEDICO DEL LIVORNO AMMETTE: “MAI USATO IL DEFIBRILLATORE”

La perizia pone sotto accusa soprattutto uno dei tre medici, Vito Morfese, sanitario del 118: “Occorre rilevare”, si legge nel documento, “un elemento sostanziale ai fini della valutazione e cioè la breve distanza esistente tra l’ingresso Maratona, sede in cui l’ambulanza risultava bloccata nell’accesso al campo, ed il luogo dove si trovava il Morosini, stimabile in misura inferiore ai 100 m (circa 70 m). Ciò vuol dire che il medico del 118, indipendentemente dall’impossibilità dell’ambulanza di accedere al campo da gioco perché bloccata da un mezzo di servizio in prossimità dell’ingresso, in quanto leader nel soccorso qualificato, avrebbe potuto raggiungere il paziente facilmente e più celermente muovendosi a piedi, piuttosto che a bordo dell’ambulanza; considerando la gravità del caso (codice rosso) e considerando la qualifica dallo stesso ricoperta (medico dell’emergenza territoriale), il dottor Molfese avrebbe dovuto, non solo potuto, attivarsi in tal senso. Le immagini documentano chiaramente ed inequivocabilmente, una condotta inspiegabilmente negligente ed imperita del medico, il quale non si preoccupava di valutare attentamente le condizioni cliniche del ragazzo né di guidare al meglio, come dovuto, i soccorsi dei presenti”.

Il processo inizierà il prossimo dicembre.

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