Il secondo appuntamento della rubrica di Mediagol sulle storie più belle, talvolta sconosciute, di alcuni ex giocatori del Palermo ai Mondiali

- Palermo
Messi

VIDEO "Sono il figlio di Gudjohnsen": la reazione di Messi è tutta da vedere

di Dennis Rusignuolo

Il primo pezzo di questa rubrica, la breve parentesi di Javier Pastore con la maglia dell’Argentina, necessita di una postilla finale: il 20 giugno il Flaco festeggia il compleanno: essendo nato nel 1989, quest’anno sono trentasette. Per uno di quegli scherzi del destino che solo il Sudamerica regala, il compleanno di Pastore si incastra in una settimana che ha scolpito la storia dell’Argentina. E quindi, per la proprietà transitiva, la storia del calcio. Il 22 giugno, da quarant’anni a questa parte, si ricordano i cinque minuti di onnipotenza calcistica di Diego Armando Maradona, capace di coniare la Mano de Dios e il Gol del Secolo nello stesso arco temporale che noi comuni mortali impieghiamo per scegliere cosa mangiare per cena, per poi ripiegare nella classica capricciosa. Leggenda narra che la sera prima di quella celebre gara, gli argentini non avessero nemmeno le maglie da gioco, e quando vennero acquistate Maradona scelse personalmente la sua, su cui fu cucito - ovviamente - il numero 10. Aggiungete un anno e due giorni a quella data, e se considerate Maradona un dio del calcio, sappiate che a Rosario nacque probabilmente l’unico capace di sedere alla destra del Barba - il nome che Maradona attribuì all’onnipotente: Lionel Andres Messi. Colui che esattamente quarant’anni dopo il gol più celebre della storia dei mondiali - per la stessa proprietà transitiva di prima, della storia del calcio - è diventato il miglior marcatore della storia dei campionati del mondo. La doppietta all’Austria vale il primo posto della classifica, ma al nono minuto della stessa partita il rosarino aveva sbagliato un calcio di rigore, andando a un centimetro dal gol che gli avrebbe regalato la gloria.

US Citta di Palermo v Genoa CFC - Serie A

E proprio da un rigore sbagliato, da un centimetro che separa un uomo dalla gloria, che prende forma il secondo capitolo di Storie Mondiali Rosanero.

Nell’estate del 2009 il Grosseto acquista un “ex” giocatore dal Cile. Cresciuto con il mito di Bam Bam Zamorano, Mauricio Pinilla è precipitato in un vero e proprio buco nero. I primi scorci di carriera avevano presentato al mondo un potenziale fuoriclasse, capace di segnare 20 gol in 25 partite con la maglia della U - l’Universidad de Chile, la sua squadra del cuore - a soli 18 anni. L’Inter fiuta l’affare, sborsa milioni di dollari e porta a Milano il giocatore, che nel frattempo si è guadagnato l’apodo di Pinigol. In lui, Moratti rivede il sacro fuoco che bruciava perpetuo in Ivan Zamorano, idolo calcistico di Pinilla. Ma la realtà, purtroppo, fa a cazzotti con il sogno. Sulle sponde del Naviglio, Pinilla finisce periodicamente nelle cronache locali, che raramente parlano dei suoi gol in allenamento; piuttosto rimarcano un certo stacanovismo verso i locali milanesi. Ci mette poco a diventare il Re delle discoteche, e i veleni di questa vita spericolata, fatta di eccessi e priva di regole, se li porterà dietro come una zavorra. Una girandola di prestiti ed esperienze varie, Pinilla è un uomo di mare, che viaggia di porto in porto senza trovare la sua terra promessa. Prova a tornare in Cile, ma si segnala principalmente per una rissa in allenamento e per un presunto caso di tradimento: Pinigol, che la stampa feroce intanto ha declinato in Pinigel, viene accusato di aver passato una notte con Cote Lopez, la moglie di Luis Jimenez. I due sono compagni di nazionale, e da quel momento non scorrerà buon sangue. Pinilla proverà a smentire l’accaduto raccontando la sua versione dei fatti, a cui El Mago Jimenez evidentemente non credette più di tanto. L’odio tra i due trascende in violenza in una sera del dicembre 2008, quando i due vengono alle mani in un locale di Santiago. Lo scontro è feroce, Pinilla ha la peggio a tal punto da dover essere ricoverato d’urgenza in ospedale: commozione cerebrale e diversi traumi facciali. Sei mesi dopo arriva a Grosseto.

RINASCITA - Nel biennio che precede l’arrivo in Toscana, del Pinilla calciatore ci sono poche tracce. Il buco nero in cui era precipitato sembrava inesorabile, finché Mauricio non trova la forza di chiedere aiuto: viene ricoverato in diverse cliniche psichiatriche in Cile, trova rifugio in quattro mura bianche e nel silenzio. I farmaci anestetizzano quel volto da divo del cinema d’azione che Madre Natura gli ha donato, ma è nella chiamata del Grosseto che Pinilla ritrova la luce. Il presidente Camilli - detto il Comandante - sembra l’unica persona che ripone ancora un briciolo di fiducia nelle qualità del giocatore cileno. Al loro primo incontro, Camilli non usa mezzi termini. Sa che tutti lo reputano un ex giocatore, uno che sfascia gli spogliatoi, ma lui ha la soluzione: minimo salariale, e “se ti vedo in una discoteca, ti rispedisco in Cile a calci nel sedere”. Pinilla prima annuisce, poi pronuncia qualche parola. Il resto, come si dice, è storia. Le parole lasciano spazio al campo, anche se un’arringa va riservata a Filippo Carobbio, suo compagnoni squadra che ci mise poco a etichettarlo: “Questo c'entra poco con la Serie B”. Segna 24 gol in 24 partite, va in gol per 12 giornate consecutive, superando il record di undici gare di Gabriel Omar Batistuta, detto Batigol. Guarda caso, l’apodo è lo stesso.

LA SERIE A - Pinilla ha ritrovato la via, ha ricominciato a segnare. Ha dato un gancio a quel mostro che lo perseguitava in silenzio, e ha mantenuto quello spirito da leone indomito in campo, un tratto somatico dei sudamericani - se ce n’è uno. Se in campionato era riuscito a sfuggire a chiunque, di sicuro non è mai uscito dalla testa, e dal taccuino, di Walter Sabatini, che per circa 3 milioni di euro lo acquista dal Grosseto e lo porta a Palermo. Il club rosanero è il primo vero test ad alta quota dopo la caduta. In Sicilia Pinilla scopre una piazza caldissima, ambiziosa e passionale; lui capisce che non deve dominare il gioco, né sottostare agli schemi, ma lasciarsi trasportare dagli impulsi che lo accendono di continuo. Il buio della clinica si eclissa sotto i colori del Barbera, accompagnato dalle voci assordanti del tifo di casa. Rimane due stagioni: segna 8 gol nella prima, poi i problemi fisici prevalgono e non si ripete nella seconda - solo due gol. Quanto basta per rimanere in Serie A, da un’isola all’altra. Tra Palermo e Cagliari, Mauricio trova il suo equilibrio perfetto, inseguito per una vita intera: la mattina pesca sul litorale cagliaritano, il pomeriggio gol a profusione in campo. A Genova, sponda rossoblù, rimane poco ma segna con regolarità, riuscendo a mostrare i muscoli davanti alle telecamere, agli occhi del mondo. Lo stesso che ha provato a buttarlo giù, e che per poco non ci è riuscito per davvero. All’Atalanta arriva la consacrazione. Diventa l’uomo dei gol impossibili, segna veramente in qualsiasi modo, soprattutto in rovesciata. Intanto, in questo flusso di viaggi tra isole e porti, per poi finire nel bergamasco, la sua carriera ripercorre l’ennesimo saliscendi, questa volta con la maglia della nazionale cilena.

MINEIRAZO - Mondiale 2014. A Belo Horizonte il Brasile subisce quella che probabilmente è la beffa più grande della sua storia calcistica. I brasiliani non sono riusciti a convivere con l’ingestibile pressione che avevano addosso, e sono finiti per capitolare, in maniera fragorosa, nella semifinale contro la Germania. I tedeschi, sempre molto teneri e comprensivi, alla mezz’ora si trovavano già sullo 0-5, poi hanno allentato la presa e ne hanno fatti solo sette, trovando anche il modo di subire un gol dalla Seleçao - rete di Oscar. Risultato finale: 1-7, solo il Maracanaço resiste ancora di più. I brasiliani avevano raggiunto la semifinale dopo aver superato la Colombia ai quarti, dove hanno perso la loro stella, Neymar, per un brutto infortunio alla schiena. Agli ottavi, sempre a Belo Horizonte, il Brasile sfiorò il dramma sportivo - che poi arriverà comunque, come abbiamo visto. La partita è un vero e proprio romanzo, in campo c’è tutto quello che serve per una partita di un mondiale: colori, e quelli in tutto il mondiale non sono mai mancati; qualità, dei singoli e di squadra; spettacolo, con occasioni da una parte e dall’altra. Il Brasile ci crede, ma sbatte su una delle cenerentole di quel mondiale. La prima l’affronterà ai quarti, ed è la Colombia. La seconda, ed è la protagonista degli ottavi, è il Cile. I cileni si sono affidati all’Argentina per scoprire, o riscoprire, la propria identità calcistica. Prima Marcelo Bielsa, che ha messo su una generazione d’oro di giocatori cileni. Dopo Bielsa, sempre dall’Argentina, il più bielsista di tutti: Jorge Sampaoli, che quella generazione d’oro la porta a toccare il cielo con un dito. La partita di Belo Horizonte è una delle più intense e divertenti del mondiale. Novanta minuti ad altissima intensità, in cui i migliori in campo sono stati i due portieri, Julio Cesar e Claudio Bravo. Ai supplementari il Cile ne ha di più, anche se il Brasile continua a spingere. Sampaoli ha mezza squadra incerottata, ma tutti i volti copertina hanno risposto alla grande: Sanchez ha segnato il gol del pareggio; Aranguiz e Medel centralmente hanno costruito praticamente una diga; Vidal tra le linee ha creato scompiglio e ha rincorso chiunque. Sampaoli crede di poter fare l’impresa, e inserisce anche Pinilla in attacco. Fuori uno stremato Vidal. Sarà proprio Pinilla a segnare il gol decisivo al minuto 120, regalando al Cile una delle vittorie più storiche di sempre.

Prima della partita contro il Brasile, Pinilla ha ricevuto una chiamata dal suo idolo, nonché grande amico, Zamorano. Bam Bam è il quarto miglior marcatore della storia del Cile, ma non è mai riuscito a far gol in un mondiale. Le parole scorrono in maniera naturale, e Zamorano conclude con un: “andale hijo y cumple el sueño que yo no pude cumplir en un Mundial” - Vai, figliolo, e realizza il sogno che io non sono riuscito a realizzare a un Mondiale. Il sogno, ovviamente, è segnare un gol al mondiale con la maglia numero 9 della Roja.

Sarebbe la chiusura del cerchio perfetta ma, come detto precedentemente, la realtà fa a cazzotti con i sogni. L’occasione nei piedi di Pinilla capita sul serio al minuto 120, a pochi secondi dai calci di rigore. Rinvio arcuato di Bravo, Luiz Gustavo va a contrasto con Pinilla ma va a vuoto di testa. Il numero 9 cileno arpiona la palla, triangolo con Sanchez - che in Sudamerica si chiama pared tuya-mia -, tiene a distanza Thiago Silva, uno dei migliori difensori del momento, forse il più forte, poi calcia con tutta la forza che ha in corpo. La palla si alza, si alza, ma si stampa sulla traversa. Questione di centimetri.

Ai calci di rigore il Brasile ne sbaglia due - Willian e Hulk, il Cile ne sbaglia tre: Jara calcia quello decisivo sul palo, Sanchez chiude il destro ma Julio Cesar intuisce. Il terzo, che coincide con il primo della serie da parte dei cileni, lo sbaglia proprio Pinilla. Calcia male, con poca potenza e senza angolo, per Julio Cesar è un gioco da ragazzi. Passa il Brasile, Cile eliminato.

Una maledizione. Un pugno che fa malissimo, in tutti i sensi. Nei giorni successivi alla partita, si scoprirà un ulteriore episodio: tutti hanno potuto assistere al calvario di Pinigol nei dieci minuti finali; pochi hanno visto il pugno che Pinilla ha ricevuto da Rodrigo Paiva, direttore della comunicazione della Seleçao. Quella traversa probabilmente trema ancora, la ferita difficilmente andrà via, ma Pinilla ha deciso di incidere in maniera permanente quel momento non solo nella mente, ma anche nel proprio corpo. Si tatua l’occasione nella parte destra della schiena, con l’aggiunta di una frase, in inglese: one centimeter from glory.

Un centimetro dalla gloria. Quello che ha sempre separato Pinilla dalla redenzione come uno dei centravanti migliori del Sudamerica. Emblema di un uomo che ha perso tutto, soprattutto sé stesso, ma che ha saputo reagire e rinascere. Rovesciando la palla in rete, ma soprattutto la sua vita. Sapete qual è il nome della rovesciata in Sudamerica? Chilena!

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