La rubrica di Mediagol sulle storie più belle, talvolta sconosciute, di alcuni ex giocatori del Palermo ai Mondiali. Un viaggio in cinque tappe che coinvolge beniamini di sempre, leggende metropolitane e rimpianti. Insomma: in pieno stile Rosanero.
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di Dennis Rusignuolo
Questa sera inizia il Mondiale. Si gioca allo Stadio Azteca, un luogo che conserva reliquie che fanno parte della storia del gioco. Se provate ad accedere allo stadio, in una delle pareti perimetrali dell’impianto, troverete una placca in bronzo che vi ricorda, con fierezza, che lì si è giocata la partita del secolo: italiagermaniaquattroatre. In quello stadio, la cui luce ha reso epiche alcune delle maglie più iconiche della storia del calcio, Diego Armando Maradona ed Edson Arantes do Nascimento, al secolo - ai secoli - Pelé, hanno regalato probabilmente i loro manifesti di eternità calcistica. Un museo a cielo aperto del calcio, pronto a diventare il primo stadio a ospitare per tre volte una gara inaugurale dei Mondiali, e ancora una volta sarà Messico-Sudafrica, la stessa partita che diede il via al Mondiale del 2010 in Sudafrica. Il punto di partenza, e di arrivo della prima storia di questa rubrica.
In Sudafrica era pronta a sorgere una nuova, grande, Argentina, e vi sfido a trovare un preludio più romantico di quello Albiceleste del 2010: in panchina c’era Diego Armando Maradona, probabilmente il più forte di sempre, che stava per allenare probabilmente il suo unico degno erede, tale Lionel Andres Messi, e insieme a lui uno stuolo di altri giovani argentini di belle speranze, venuti su grazie alla fiducia e all’ottimo lavoro di José Peckerman. E tra questi c’è un ragazzo che agli albori di quel Mondiale aveva stupito tutti, persino Maradona, uno che di bocche ne aveva spalancate veramente tante. Si chiama Javier Pastore, tutti lo chiamano “El Flaco”, lo stesso soprannome di Luis Cesar Menotti, l’allenatore dell’Argentina del 78’ che vinse il mondiale.
Riprendo da un bel libro di Carlo Pizzigoni, che vi consiglio di leggere, Locos por el Fùtbol: “Menotti è un classico argentino, uno che quando parla, qualunque cosa dica, sembra che abbia sempre ragione”. Gli argentini possiedono questa capacità innata di persuasione, a volte involontaria, altre volte terribilmente volontaria - nella maggior parte dei casi. Maradona, ad esempio, è sempre stato un incantatore di serpenti, capace di ipnotizzare praticamente chiunque, anche sé stesso, e quando gli venne chiesto di Pastore, dopo Grecia-Argentina, rispose: “È un maleducato del calcio. Uno che tratta la palla come se avesse 4-5 mondiali”.
L’investitura del Diez è solenne, ma dalle parti della Favorita qualcuno aveva già apposto il proprio marchio sul giocatore, e quel qualcuno è probabilmente il più sudamericano degli italiani, anche lui capace di persuadere, amante del vizio come pochi altri: Walter Sabatini. L’allora DS del Palermo lo scovò in Argentina durante una partita del suo Huracan. A vent’anni ha quasi trascinato la squadra alla vittoria del campionato di Clausura, e Sabatini ne rimane folgorato, come se tramortito da una delle frecce di Cupido. Rimane un mese in Argentina, prova a lavorare ai fianchi l’agente e il giocatore, con tante - ma tante - sigarette fumate durante le estenuanti trattative. La concorrenza non mancava: si erano già mossi il Manchester United, l’Inter, il Chelsea, e non solo. Ma Sabatini, follemente innamorato di Juan Roman Riquelme e della sua capacità di dominare gli spazi, si lasciò trasportare dal suo eros calcistico, e portò fino in fondo la trattativa per Pastore, riuscendo a convincere anche il presidente Zamparini.
Nel luglio del 2009 Pastore e Sabatini arrivano nel ritiro pre-campionato, stremati dal viaggio transoceanico. I rosanero stanno per scendere in campo in un’amichevole, ma Zamparini, anche lui particolarmente avvezzo al vizio, preme per vedere subito all’opera il giovane argentino. Sabatini teme un infortunio, ma in cuor suo non vede l’ora di mostrare al mondo intero la gemma che è riuscito a scovare. Zenga lo inserisce verso la fine della gara. Prima palla: tunnel e filtrante d’esterno verso Miccoli. Zamparini piange, Sabatini è travolto dal suo eros. I pochi presenti si stropicciano gli occhi. Sembra l’inizio di una storia d’amore perfetta.
Anche in nazionale, Pastore comincia a essere uno dei nomi che Maradona sceglie periodicamente. L’Albiceleste si è qualificata al Mondiale in Sudafrica con tanta fatica. È servita una vittoria di misura in Uruguay nell’ultima gara delle qualificazioni, sigillata dall’unico gol con la maglia della nazionale di un certo Mario Bolatti. Nel dicembre del 2009, a Città del Capo, viene rivelato il girone del mondiale: Argentina, Nigeria, Corea del Sud e Grecia. Alla portata. Passato a punteggio pieno, non c’è bisogno di creare suspense.
Pochi giorni dopo aver conosciuto le future avversarie, l’Argentina va in scena a Barcellona, in una di quelle partite che gli archivi FIFA non conosce, o meglio non ha voluto riconoscere. La nazionale della Catalogna non è mai stata riconosciuta da FIFA e UEFA, ma ogni anno organizza qualche amichevole. E quella del 2009 va raccontata. A cominciare dai curriculum presenti nelle due panchine: l’Argentina ha Diego Armando Maradona, già sapete; la Catalogna ha Johan Cruijff. Se andate a vedere la lista dei migliori 100 giocatori del XX secolo, alla posizione numero DUE troverete Johan Cruijff.
La partita è uno spettacolo. E non potrebbe essere altrimenti: la Catalogna ha in campo sei giocatori che sei mesi dopo solleveranno al cielo di Johannesburg la coppa del Mondo. L’Argentina ha una serie di quei giovani ragazzi di cui vi avevo parlato prima, ma manca il più forte. Messi non è in campo perché il Barcellona ha chiesto di tenerlo a riposo per il campionato, e in panchina non c’è nemmeno Maradona, squalificato per aver sbroccato contro i giornalisti dopo la partita con l’Uruguay. Diego assiste dalla tribuna alla gara, che l’Argentina perde 4-2, sovrastata tatticamente e tecnicamente dai catalani allenati, anzi guidati, da “Gesù Cruijff”. C’è un Bojan Krkic in stato di grazia: prima mette un assist per Sergio Garcia, poi segna un gol di baggiana memoria, smarcando - in questo caso - tutta l’Albi e tutta la Celeste che trova sulla strada verso la porta. Al 66’ esce tra gli applausi scroscianti del Camp Nou, gli stessi che avevano riservato al minuto 63, in occasione del gol del 2-1 dell’Argentina, un momento di impasse, seguito da un applauso sincero. Datolo è entrato in campo da meno di un minuto, ma ha già la palla nei piedi al limite dell’area. Primo pensiero: penetrare tra le maglie catalane. Accesso negato. Allora sposta palla verso l’esterno, la sfera colpisce una zolla e si alza leggermente da terra. Datolo l’appoggia verso il centro, con un passaggio che diventerà un marchio di fabbrica di Mesut Ozil. La palla arriva a Pastore, all’esordio con la maglia Albiceleste. La palla gli rimbalza davanti, il numero 15 alza il piede e orienta il controllo. In un passo si prepara già il tiro, anticipando qualsiasi pensiero primitivo di Puyol di intervenire. Pastore calcia al volo senza pensarci, rimane centrato e rilascia la gamba con la stessa eleganza di un arciere quando scocca la freccia. Palla all’incrocio dei pali. Estasi.
Pastore è pronto a essere uno dei prossimi outsider di un’Argentina che sogna in grande. Nel frattempo, si sblocca anche in Serie A con la maglia rosanero, segnando un gran gol a Bari. Il tappo è ufficialmente sfilato. Conclude il campionato con 3 gol e 9 assist, e vola in Sudafrica con l’Argentina.
Il viaggio dell’Argentina si interrompe ai quarti di finale, contro una Germania tirata a lucido e in modalità “panzer”. Finisce 4-0, e lì finisce l’avventura di Maradona alla guida dell’Albiceleste. Pastore in quella kermesse gioca poco, mette insieme circa 40 minuti nelle tre partite, ma il futuro è tutto dalla sua. Ha già deliziato i palati con la sua eleganza, è solo questione di tempo prima che diventi uno dei punti di riferimento alle spalle di Messi, Di Maria, Higuain, Tevez e compagnia bella. Nessuno può immaginare che quei quaranta minuti, 39 per l’esattezza, saranno gli unici momenti di Javier Pastore con la maglia dell’Argentina in un Mondiale.
L’Argentina, come tutto il Sudamerica, gronda di storie di eterni incompiuti, di figure che hanno scelto di rimanere nell’ombra, lasciando comunque impronte indelebili negli occhi, e nel cuore, di chi ha potuto osservarli.
Pastore entra di diritto in questa cerchia, non proprio ristretta. Collezionerà 30 gettoni con l’Argentina, senza mantenere quell’aura che lo aveva innestato nel giro dei grandi con la “maleducazione” di un veterano. Rimarrà, però, indelebile nei ricordi di coloro che riuscirono a gustare la sua arte. Come Zamparini, che si commosse al primo tunnel; come Maradona, che si gustò il suo primo - e praticamente unico - gol con l’Argentina.
Scorci di un giocatore pronto a prendersi il mondo, come quell’Argentina che nel 2010 sembra poter arrivare in fondo. Già, sembra…
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