PRANDELLI: “PALERMO IN CORSA CHAMPIONS”

PRANDELLI: “PALERMO IN CORSA CHAMPIONS”

Lunga intervista del neo c.t. dell’Italia, Cesare Prandelli, che si è raccontato a “La Stampa” dopo il suo esordio sfortunato contro la Costa d’Avorio per via della sconfitta per 1-0 ad.

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Lunga intervista del neo c.t. dell’Italia, Cesare Prandelli, che si è raccontato a “La Stampa” dopo il suo esordio sfortunato contro la Costa d’Avorio per via della sconfitta per 1-0 ad Upton Park. “Mediagol.it” vi propone l’intervista di Roberto Beccantini in versione integrale. Cesare Prandelli, se lo aspettava così magro, il battesimo? “Magro come risultato, non certo come accoglienza. Le dirò: l’entusiasmo della gente mi ha commosso. Troppa grazia”. Com’è stato l’impatto con Balotelli e Cassano? “Li ho trovati disponibili, motivati. Antonio si sta giocando una fetta cruciale di futuro, Mario ha solo bisogno di calcio vero: a voi interessa il personaggio, a me il giocatore”. Anche per questo, Balotelli ha scelto il Manchester City: “Io non volevo ma…”. Un commento? “Lo stesso che feci a trattative avviate: meglio titolare a Manchester che riserva all’Inter”. Lei ha sempre privilegiato il basso profilo: in che misura la nomina a ct le ha cambiato la vita? “Dentro, mi sento sempre lo stesso; magari un po’ più “centrifugato”, ma il solito Prandelli. Fuori, beh, capisco che le attese e le pretese siano aumentate. E non di poco”. A Londra, bloccato com’era, ha dato quasi l’impressione che si stesse accorgendo proprio e solo in quei momenti di essere diventato ct: concorda? “Sinceramente: ero emozionato, molto emozionato. Prima, però. Non durante. Nel primo tempo, ho lasciato che la squadra facesse quello che ci eravamo detti, cosa che, paradossalmente, ha fatto sin troppo. Nella ripresa, sono passato al dialogo, ai correttivi, ai cambi”. Da allenatore a selezionatore: non sono pochi coloro che si sono bruciati. Si sente tagliato? “Lo dirà la storia. Sono mestieri completamente diversi, ma fin da piccolo ho sempre amato le sfide impossibili”. Ci saranno più oriundi e/o naturalizzati nelle eliminatorie europee? “Dipende dagli spunti che fornirà il campionato. Controlliamo una cinquantina di giocatori. Deciderà il merito, non il passaporto o la geografia: non ho cambiato idea”. Il Cassano di Donadoni, agli Europei del 2008, venne “accusato” di eccesso di disciplina: non siamo mai contenti o cosa? “Anche il mio primo Cassano è stato disciplinato: sin troppo, forse. Accetto la provocazione. Bisognava mandare un segnale, Antonio l’ha mandato. Con il tempo, mi auguro che gli equilibri e gli automatismi permettano a lui e a Mario, sui quali ho fondato la mia Nazionale, di sfogare tutto il talento”. Siamo dentro a un’estate turbolenta: risse fra giocatori, tifosi accoltellati, ultrà sul sentiero di guerra. Preoccupato? “Sì, molto. Soprattutto perché in giro sento dire che “ogni estate è così e, dunque, perché allarmarsi?”. Favorevole o contrario alla tessera del tifoso? “A mali estremi, estremi rimedi”. Baggio, Rivera, Sacchi: in pratica, un governo ombra. Non ha paura di venirne soffocato? “Per niente. Anzi. A me il compito di guidare la Nazionale; a loro, quello di far crescere il movimento calcio e “liberare” i settori giovanili dalla tirannia del tatticismo”. Perché la scuola italiana non produce più grandi difensori? “Premesso che aspetterei a gridare al lupo al lupo, una riflessione, sì, va fatta. Mi riallaccio alle analisi di Bergomi e Gentile su “La Stampa”: a furia di cercare il difensore multiuso, e di imbottire i ragazzi di diagonali, abbiamo modellato giovanotti che marcano a spanne”. Qual è, al netto dell’enfasi, la situazione del calcio italiano? “Di passaggio da una generazione all’altra”. Quindi? “Non proprio tranquilla. Io, però, mi sforzo di essere ragionevolmente ottimista”. Da Mourinho a Benitez: cosa perdiamo, cosa acquistiamo? “Perdiamo un fenomeno nei rapporti mediatici e un grande allenatore. Acquistiamo un maestro di calcio. La differenza, la sentiranno più i giornalisti che Moratti”. Hanno scritto: Pazzini è il Cassano di Prandelli. Vero o falso? “Falso. Lo avevo anticipato: porterò a Londra chi non conosco, non chi conosco. E Pazzini lo conosco come le mie tasche”. Scudetto: sarà ancora Inter? “Penso proprio di sì”. Crede nel Milan di Allegri? “Allegri ha dimostrato di saper insegnare un calcio pregevole e redditizio. Ci credo”. La stuzzica la Juventus di Del Neri? “Manca ancora qualità, ma se il gruppo seguirà Del Neri fino alla morte, la Juventus tornerà a fare paura”. La Roma di Ranieri dove la colloca? “Rimane l’anti-Inter più agguerrita. Ho avuto Adriano a Parma, so quanto vale e immagino la volontà di riscatto. Grosso acquisto”. La «sua» Fiorentina senza Jovetic? “Gran brutta tegola. Jovetic incarnava la differenza. Conosco i dirigenti: sapranno cavarsela, comunque”. Il ceto medio sarà in grado di esprimere un’altra Sampdoria? “Per il quarto posto e l’Europa League vedo in lotta addirittura più squadre: Napoli, Palermo, Genoa, la stessa Sampdoria. E occhio al Parma di Giovinco”. Numeri dieci: in passato non c’era che l’imbarazzo della scelta, Baggio, Mancini, Zola, Totti, Del Piero. Oggi non più. Perché? “Il numero dieci ha sempre esercitato fascino e, paradossalmente, creato problemi a noi allenatori. Fino a un certo punto, ha vinto il fascino. E la classe. Per tornare indietro, bisogna cominciare dai vivai. Basta con le etichette e i ruoli fissi, per cui se un ragazzo lo ha, bene, mentre se non lo ha, avanti un altro. Si parta dalla stoffa, e ci si regoli di conseguenza. Abbasso i polli di batteria”. Lo snodo arbitrale da Collina a Braschi: la sua opinione? “Collina ha lavorato bene, Braschi non dovrà che seguirne le orme. Due consigli. Il primo: più dialogo. Il secondo: moviola in campo”. I suoi modelli di riferimento? “Vado a periodi. Ho avuto il Milan di Sacchi, il Foggia di Zeman, la Juve di Lippi. Squadre che abbinavano i risultati allo spettacolo”. “Voglio vincere”, disse quasi a giustificare la sua partenza da Firenze. E’ proprio sicuro di riuscirci da ct? “E’ l’obiettivo che mi sono posto. E non dispero di realizzarlo”. La sua nazionale preferita, fra quelle viste all’opera? “Resterò legato, nei secoli, all’Italia di Bearzot. Per come giocava, e per chi vi giocava: molti dei miei compagni juventini. In generale, dico Spagna: ha imparato a essere concreta, senza disimparare a essere bella”. Si sente di appartenere a un’Italia diversa da quella in cui vive: più educata, più sobria, più generosa? “A volte, sì”. Mai provato invidia per un collega? “Mai”. Un difetto? “Ne ho parecchi. Per esempio, sono permaloso”. Il più forte giocatore allenato? “Adrian Mutu. E non solo per fargli coraggio”. Quello, invece, che avrebbe voluto allenare: per curiosità, doti tecniche, personalità? “Francesco Totti. Mi bastò una settimana, alla Roma, per apprezzarne il genio”. E uno che vorrebbe avere subito, in Nazionale? “Andrea Pirlo”. È stato più vicino alla Juventus della Triade o all’ultima? “Alla Juventus della Triade”. Cosa pensa di Calciopoli 2? “Voglio chiarezza”.

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