Padri che hanno fatto la storia del calcio, figli che provano (con più o meno fortuna) a seguirne le orme. Mediagol.it, all’interno della rubrica “Figli di”, vi racconta - a pochi giorni dalla nascita di Stella - la storia della famiglia Vieri
ROBERTO "BOB" VIERI
Roberto Vieri era il tipico ragazzo da “ha grandi potenzialità, ma non si applica”, un fuoriclasse che con il pallone, quando e se era in giornata, faceva quel che voleva. Bob era un terno al lotto, scendeva in campo ma non preannunciava mai cosa quel giorno avrebbe raccolto, se applausi fragorosi o sonori fischi. Poi, indipendentemente dal risultato, saltava sulla sua Porsche, con il suo whisky e le sigarette – le stesse che al Lungobisenzio papà Enzo, che giocava come portiere, portava in campo e nascondeva dietro ai pali –, e andava via.
Quando egli, nato a Prato nel 1946, iniziò a essere abbastanza grande da poter dare calci a un pallone, sapeva già che il suo futuro sarebbe stato su un campo di calcio, e lo sapeva anche papà Enzo, che era stato estremo difensore del Prato nel dopoguerra e che era approdato in Serie B tra i pali della Pistoiese, ma che al tempo stesso continuava anche a fare l'operaio. L'ex portiere, infatti, dopo avere fatto fare al figlio la trafila tra i pulcini del club della sua città lo spedisce, a quindici anni, a Torino, ad un provino alla Juventus. Lo staff bianconero comprende subito che il giovane ha la stoffa giusta, ma il sogno non si realizza, proprio perché papà Enzo ha grandi progetti per il figlio e non intende accontentarsi della cifra di 700 mila lire, secondo lui troppo esigua, offerta dalla società. A testa bassa, Bob, torna nella terra d'origine e vaga ancora – senza trovare casa – nei settori giovanili di squadre come l'Ascoli, fino alla Fiorentina, una luce in fondo al tunnel, almeno per un battito di ciglia. Firenze, infatti, sembra il posto giusto e la mezzala sente di aver trovato nelle giovanili della viola una strana felicità che, tuttavia, dura poco: il temperamento brucia già dentro al giovane ragazzo, il quale, con i calzettoni calati e la poca voglia di correre, fa fatica a stringere amicizia con il mister Giuseppe Chiappella, che stava allestendo quella squadra piena di giovani che qualche anno dopo avrebbe vinto il secondo e ultimo scudetto della storia del club. Ma l'attaccante, tra le fila di quella squadra, un posto non lo trova e un'altra chance in un grande club svanisce.
Come se la patria lo tirasse a sé non appena tenta di fuggire, con l'ombra di un futuro da operaio alle spalle, il giovane di casa Vieri torna nuovamente al Prato, dove stavolta – dopo essersi abbondantemente messo in luce altrove – esordisce in prima squadra, collezionando, nella stagione 1965-66 di Serie C, ben 24 presenze e 11 reti. Ecco, dunque, arrivare finalmente le grandi offerte, quelle che neanche papà Enzo avrebbe potuto rifiutare, ed è così che l'anno successivo si ritrova in cadetteria con la maglia della Sampdoria. Alla corte blucerchiata di Fulvio Bernardini, un allenatore che ci aveva visto lungo, Bob inizia a far scintille e diventa uno dei protagonisti della promozione nella massima serie, dove esordì nella stagione seguente giocando 27 gare e segnando 5 gol, pochi poiché la squadra era votata alla fase difensiva e, forse, alla mezzala questa situazione iniziava a star stretta.
[quote_regular name="" icon_quote="no"]Nel momento più importante della mia carriera mi ritrovai come allenatore Bernardini. Grandissimo. Ma me le dava tutte vinte. Chissà, se avessi trovato uno più severo…[/quote_regular]
I treni, a volte, a differenza di ciò che comunemente si crede, non passano una volta sola, ed è per questo che alla porta del giovane tornò a bussare – sette anni dopo – una vecchia conoscenza, la Juventus, stavolta con un'offerta qualche lira superiore: 800 milioni di lire più la proprietà di un giocatore di belle speranze, Romeo Benetti. Il bambino travestito da uomo, un po' imbranato con le basette troppo lunghe e il ciuffo sugli occhi, lì promette di essere disciplinato, ma in fondo vuole soltanto divertirsi sul campo e anche fuori – perché 'se a inizio settimana vado a ballare con la mia fidanzata non nuoccio a nessuno' – ma quando non si vince, anche se papà Enzo gli dice che può fare di più, il ventitreenne batte i piedi e si giustifica: “Sono abituato al fatto che da me si pretenda sempre molto”. Le strade tra il baby talento e il club bianconero si erano incontrate nuovamente, ma anche stavolta non era destino, tanto che la permanenza dell'attaccante nella gabbia d'oro di Torino, dove si sforzava di dire la sua senza essere sgrammaticato e di nascondere la noncuranza e la spensieratezza tipica dei vent'anni, durò una stagione appena, durante la quale la squadra non partecipò alla lotta per lo scudetto ed egli mise a segno soltanto 3 reti.
[quote_regular name="" icon_quote="no"]Ho sbagliato ad andare alla Juventus. Non ero maturo. A chi non piacerebbe andare alla Juve? Mi era parso un punto di arrivo e invece non ho capito che era soltanto un punto di partenza. Ero frastornato e ho le mie colpe. Tutti parlavano di me come il nuovo Sivori. È facile montarsi la testa. Giocavo male, me ne rendevo conto io per primo. Ma ciò che più mi demoralizzava era il silenzio del pubblico. Quando sbagliava qualcun altro, erano fischi. Quando sbagliavo io, silenzio assoluto[/quote_regular]
Nel 1970, dunque, Roberto Vieri viene incluso in uno scambio: insieme a Luis Del Sol, Gianfranco Zigoni e a una manciata di milioni passa dalla Juventus alla Roma per Fabio Capello, Luciano Spinosi e Fausto Landini. La carriera di Bob, tuttavia, sembra essere già finita, perché in giallorosso egli inizia a essere insofferente e colleziona, in due stagioni, 31 presenze e 1 rete appena. Negli anni successivi al Bologna, club in cui approdò dopo aver rifiutato un'offerta dal Palermo, poco era cambiato nel suo indugiare con i ritardi agli allenamenti, le nottate senza dormire, il whisky e i due pacchetti di sigarette al giorno.
[quote_regular name="" icon_quote="no"]Il matrimonio mi gioverà. Il Vieri di una volta non esiste più. Non prometto cose eccezionali. Vorrei soltanto giocare come so. Come alla Sampdoria. La mia parabola discendente dovrebbe essere finita. Ora mi sacrifico. Non posso più sbagliare[/quote_regular]
Ma a quel campione sregolato non basta Nathalie, la donna parigina che ha sposato, né Christian, il primo figlio appena nato, perché per lui non c'è più tempo, tanto che con il passare degli anni e la consapevolezza di aver posto fine a una carriera ad alti livelli troppo presto, a soli trent'anni, cerca fortuna altrove. In America, prima, tra le file dei Toronto Metros-Croatia nel campionato NASL, e in Australia, successivamente, al Club Marconi di Sydney, dove nel 1982 chiude la sua carriera.
[quote_regular name="" icon_quote="no"]Avevo trentatré anni, ero finito. Mi offrirono un contratto per fare otto partite con una squadra di Sidney, il Club Marconi. Aveva 8.000 soci e si finanziava con le slot machine. "Andiamo a vedere – dico a Nathalie – ci vediamo l’Australia gratis e in più mi pagano"[/quote_regular]
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