Il quarto appuntamento della rubrica che coinvolge e racchiude le storie più belle, talvolta sconosciute, di alcuni ex giocatori del Palermo ai Mondiali
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di Dennis Rusignuolo
Parlare di mondiale come evento globale, e globalizzato, diventa sempre più banale e sottinteso. Oramai il campionato mondiale di calcio accoglie veramente nazioni da tutto i continenti del globo, e le nuove riforme che la FIFA sta provando a introdurre - senza troppi indugi - non faranno altro che aumentare le pretendenti alla coppa. Già, la coppa. Esistono pochi oggetti sportivi capaci di racchiudere un valore simbolico simile alla Coppa del Mondo. 6 chilogrammi, placcata per intero da un oro giallo a 18 carati, rappresenta il vertice massimo del successo sportivo nel mondo. Eppure, la coppa che tutti associano al mondiale, ha vita abbastanza breve. Venne utilizzata per la prima volta nel mondiale del 1974, dopo che la precedente coppa finì nelle mani della prima nazionale capace di incidere il suo nome al primo posto della kermesse in tre edizioni.
Tra i protagonisti del penultimo capitolo di Storie Mondiali Rosanero, oltre a quella coppa, ci sarà anche l’icona di quella nazionale…
LA COPPA RIMET - La paternità dell’idea di comporre un campionato del mondo di calcio si tende ad associare erroneamente a Jules Rimet. Mezza verità: il francese fu colui che mise in pratica il sogno di creare la competizione, ma tra i corridoi dell’edificio parigino di quella che si può definire “una FIFA Ante litteram”, l’idea fu di un certo Robert Guerìn. Il trampolino di lancio per dare il via a questo sogno proibito furono le tre olimpiadi dei ruggenti Anni Venti (Anvera 1920, Parigi 1924, Amsterdam 1928), che presentarono al mondo le prime vere macchine da calcio, non solo le europee, ma soprattutto le sudamericane, dove il calcio sembrava aver preso una strada tutta sua. Nel 1930 si comincia per davvero, e della storia dei primi mondiali, dall’aspetto un po’ naif, ci sarà modo di parlare. C’è bisogno di assegnare un premio, oltre al titolo di campione del mondo, che in un periodo storico di forti tensioni - che sfoceranno nella guerra - l’onore prevale anche su qualsiasi riconoscimento materialistico. A dare slancio al progetto, e non solo, ci pensa proprio Rimet: avvocato con il vizio del pallone, il francese affida l’incarico della creazione della prima coppa del mondo a un suo connazionale, un orafo di nome Abel Lafleur. Una statuetta di circa trentacinque centimetri, leggera, con l’effigie della Nike di Samotracia, la "Vittoria Alata". Nel tempo questa coppa ne vedrà di cotte e di crude: viene rubata, trovata, maledetta, rifatta, rubata, trovata, forse fusa eccetera eccetera eccetera. Dopo le prime edizioni, che vedono un dominio di Italia e Uruguay, si comincia a scommettere su chi diverrà il possessore della coppa in etero: già, perché chi vince la coppa per tre volte, se la tiene di diritto. Spoiler: nessuna delle due riuscirà nell’intento, perché nel dopoguerra comincerà una nuova era verde, e oro.
NACKA E IL 58’- Dal terzo mondiale, quello del 1950, il mondo ha cominciato a rivedere un po’ di luce dopo gli anni bui e tempestosi della guerra. L’edizione brasiliana del 50’ aveva messo in mostra le prime selezioni europee di rilievo, in cui non va annoverata l’Italia, che in Brasile ci va ma fa solo presenza - la vera Italia di quell’epoca cessò di esistere il 4 maggio 1949 a Superga. Ancora una volta emerge il calcio del Sudamerica, e regala una delle finali più iconiche di sempre, tale da conservare ancora tutto il suo prestigio dietro una parola sola: Maracanaço. Tra le europee di quell’edizione fa un figurone la Svezia, guidata da uno stuolo di giocatori che riscrivono la geopolitica del calcio in Europa. Molti di loro fanno fortuna in Italia. Si ricordano soprattutto Niels Liedholm e Gunnar Nordhal, ma probabilmente il più forte tra gli svedesi è Lennart Skoglund, detto “Nacka”. Il soprannome è un richiamo al quartiere di Stoccolma in cui è cresciuto, uno dei sobborghi più poveri della capitale svedese. Skoglund conquista i palati fini dell’Italia già nel mondiale del 50’, e sbarca all’Inter. In nerazzurro diventa un idolo per i tifosi, che un giocatore così forte non lo vedevano dai tempi del balilla Meazza: è rapido, è tecnico, è biondo e carismatico. Ha tutto il necessario per essere il tipico giocatore che rimane nel cuore di chi assiste alle sue partite. Comincia a guadagnare barche di soldi, subito investiti in attività in quel di Milano, merito di una persona di fiducia che lo guida negli investimenti. Apre anche un bar in Via Paolo Sarpi, a Chinatown, ma pochi anni dopo finisce imbrigliato in una frode di proporzioni “giovedì nero a Wall Street” e perderà quasi tutto. Intanto Skoglund è una delle stelle pronta ad andare a caccia del mondiale del 58’, organizzato proprio dalla Svezia. Gli svedesi arrivano fino alla finale, contro il Brasile, ma devono fare i conti con i primi scorci, le prime apparizioni, del giocatore più forte che si sia mai visto su un campo da calcio. Agli svedesi segna due gol, uno rimasto negli annali di questo sport, gli nasconde la palla, la pettina e la giostra come se avesse trent’anni, ma di anni ne ha soltanto diciassette. Ne risentiremo parlare. Non doveva nemmeno esserci in quella spedizione svedese, ma fu convocato a furor di popolo. Il Ct brasiliano, Vicente Feola, dovette ascoltare il richiamo dei veterani dello spogliatoio per innestarlo nell’ordalia, a discapito di José Altafini, detto “Mazola” per la sua somiglianza con Valentino Mazzola. E Skoglund? Da quel momento la sua carriera comincia a crollare d’improvviso. Il richiamo della patria si fa sempre più insistente, ma Nacka prova a giocarsi le sue carte ancora in Italia: sbarca a Genova, sponda Samp, per poi accasarsi al Palermo. In Brasile il fenomeno che assale Skoglund si definisce saudade, e dopo sole sei presenze in rosanero, lo svedese torna in patria. Divorato dalla depressione, dalla bottiglia e da tutti i vizi che la nobile vita del calciatore degli anni Cinquanta possiede, sarà il primo giocatore della finale del 58’ a lasciare questo mondo. Morirà suicida negli anni Settanta, ma il Bar Nacka, rinominato Bar Skoglund dal figlio Giorgio, rimase, per tanto tempo, un punto di riferimento per tutti i nostalgici che hanno potuto ammirare il fenomeno che era suo padre.
LA ROCCIA E IL 70’ - Secondo la visione, e la penna gloriosa di Gioanbrerafucarlo, nessun giocatore poteva raggiungere la perfezione in una partita di calcio. Pertanto, nelle sue storiche pagelle, nessun giocatore riuscì ad avere un voto a due cifre. Brera era noto per essere rigido e severo nei giudizi, vero, se è vero, che nella partita del secolo tra Italia e Germania del 70’, passò più tempo a criticare il piano gara delle due squadre piuttosto che favorire il racconto dell’epica della gara dell’Azteca. In quella partita, però, Brera incide il suo voto più alto in assoluto: 9+, recapitato alla Roccia. Chi è la Roccia? È un friulano - e i friulani incideranno parecchio nella storia calcistica degli anni 70-80 italiani - ed è stato una delle colonne portanti della Grande Inter degli anni Sessanta. Tarcisio Burgnich assapora la brezza della Serie A a cominciare dal suo giardino di casa, l’Udinese, per poi migrare verso Torino, sponda bianconera. Con la Juve gioca 13 partite, poi viene spedito a Palermo. La dirigenza bianconera lo inserisce in uno scambio con il formidabile portiere rosanero Anzolin, ma il giocatore rifiuta il trasferimento in Sicilia. Non che Palermo sia una brutta città, con un clima dolcissimo e un mare meraviglioso, ma per un furlan di scorza dura, trovarsi di colpo dal profondo nord a Palermo, negli anni Sessanta, è un discreto colpo basso. Alla fine accetta il trasferimento, e dopo un anno di altissimo livello con la maglia dei rosanero, finisce all’Inter. Da Palermo torna un Burgnich più maturo, consapevole, forte. In nerazzurro scrive la storia e si consacra come uno dei giocatori più forti della storia difensiva azzurra. Pilastro della nazionale campione d’Europa del 68’, fa parte del viaggio per il mondiale messicano di due anni dopo. Nella gloriosa partita contro la Germania segna anche un gol, quello del 2-2 nei tempi supplementari, in una delle poche sgroppate offensive della sua carriera. L’Italia conquista la finale contro il Brasile, ma la fatica della semifinale, e una Seleçao ai limiti della perfezione, guidati sempre da quel giocatore più forte che abbia mai messo piede su un campo di calcio, che nel 70’ di anni ne ha ventinove, schiantano gli azzurri con un sonoro 4-1. Bisogna parlare della prima rete della partita: un cross sul secondo palo, facile preda per l’esperto Burgnich. Accanto a lui prova lo stacco anche Pelé, il famoso giocatore di prima - già sapete - e i due staccano da terra praticamente allo stesso momento. Quando Burgnich viene attratto a terra dalla forza di gravità, volta lo sguardo verso il suo avversario, e lo trova ancora sospeso in area, pronto a incornare il pallone che stappa il tappo alla finale. Quell’errore, perché per la Roccia quello fu un suo errore, mostrò al mondo la predominanza fisica e tecnica di Pelé in quel calcio - altri trovarono il modo di raccontare il suo essere divino, e l’esercizio è tutt’altro che sbagliato - capace di rimanere sospeso in area come pochi giocatori fino a quel momento (uno c’è, e sarà il protagonista dell’ultimo capitolo della rubrica). Il Brasile vince la finale, si aggiudica il terzo mondiale della sua storia, e si prende per sempre la Coppa Rimet. Il trofeo venne custodito a Rio De Janeiro, fin quando non venne rubato, e probabilmente fuso, negli anni Ottanta.
Skoglund e Burgnich. Entrambi legati da un sogno interrotto da quella che fu la tempesta più incontrollabile di quel periodo: il Brasile di Pelé. L’unica finale mondiale della loro carriera, stesso esito e stesso carnefice. Entrambi diventati grandi con la maglia dell’Inter addosso, passati per Palermo in momenti, e motivazioni diverse. Il primo nella fase calante della sua carriera, quando la vita cominciò a presentargli il conto - in maniera troppo repentina e anticipata; il secondo, partito alla volta di Palermo con tanta rabbia per il trasferimento, riuscirà a salutare la Sicilia commosso e particolarmente emozionato, come fece Claudio Bisio in "Benvenuti al Sud", quando dovette lasciare Castellabate per tornare a Milano. Curiosità: Vicente Feola, che ha “il merito” di aver scoperto e lanciato Pelé nel 58’, è figlio di genitori italiani, nati proprio…a Castellabate.
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