Il terzo appuntamento della rubrica che coinvolge e racchiude le storie più belle, talvolta sconosciute, di alcuni ex giocatori del Palermo ai Mondiali
VIDEO Italia, Buffon e il curioso aneddoto sul Mondiale 2006: "Chiesi a Cannavaro di giurarmi che..."
di Dennis Rusignuolo
Ci sono vittorie la cui cera si consuma rapidamente, e successi che griffano la storia di una squadra, di un paese, di una nazionale. Sono passati esattamente vent’anni dalla notte in cui l’Italia divenne tetracampione del mondo, un successo che fa fatica a consumarsi nonostante lo scorrere inesorabile del tempo. Per le storie, che raccontano di un gruppo unito e coeso, abbandonato a sé stesso a causa dello scandalo di Calciopoli - a detta di molti azzurri, il vero motivo per cui quella coppa tornò a Roma a fine competizione. Per tutti i protagonisti, rei di aver contribuito in ogni modo alla stesura di un romanzo che acquista sempre più valore con il passare degli anni, quasi come se fosse un testo postumo.
In un certo senso si può dire che quell’Italia sia morta quella sera di gloria e tormento a Berlino, ma mai rovinare una bella storia con la verità, bella o brutta che sia. Il terzo capitolo di questa rubrica è probabilmente il più conosciuto, e riconoscibile, per voi che state leggendo. I ricordi sono indelebili, segni di una partita giocata da circa trenta persone che divenne un patrimonio di tutti. Chiunque conosce i personaggi che verranno trattati, pochi forse ricorderanno il loro viaggio fino a quella notte. All’interno della lista dei 23 scelta dal Ct Marcello Lippi, soltanto Juventus e Milan potevano vantare un blocco più numeroso di quello del Palermo. Ben quattro azzurri vestivano la maglia rosanero durante quel mondiale, altri la indosseranno in futuro e altri hanno avuto modo di lasciare il segno nel passato. Uno di loro, siederà - siede tutt’ora - sulla panchina dei rosanero…
In questo terzo pezzo della rubrica, ve li presentiamo in ordine crescente, in base all’incidenza e all’importanza in quella cavalcata, storica e simbolica.
DISCLAIMER: La lista riguarda i giocatori che vestivano la maglia del Palermo durante quel Mondiale, ma al racconto vanno inclusi Alberto Gilardino, che vestirà la maglia rosanero nel 2015-16; Marco Amelia (2008-09); e Luca Toni, che la maglia rosanero la indossò fino all’anno prima del Mondiale. A Palermo Toni rimase due anni, uno di B e uno di A, segnò 50 gol.
ANDREA BARZAGLI - Se Bearzot nell’82’ indovinava le marcature come nessun altro, Lippi in quel mondiale seppe scegliere i giocatori giusti per rimediare a tutti gli imprevisti che si palesarono lungo la strada. Basta controllare gli almanacchi per notare i tanti cambi di formazione. Il più curioso riguarda un effetto domino in difesa, perché il titolare ai nastri di partenza è Alessandro Nesta: senza tema di smentita, uno dei migliori guardiani della nostra storia. Tanto forte quanto…sfigato. Poverino, non gliene va bene una: per il terzo mondiale consecutivo è costretto a fermarsi in anticipo per un infortunio muscolare. Al 17° minuto della gara con la Repubblica Ceca, la terza del girone, si lesiona il retto femorale della coscia destra. Mondiale finito, di nuovo. Sarà sostituito da Marco Materazzi, già sapete. Giocherà un mondiale praticamente perfetto, perfezionando i suoi venti giorni di gloria con ben due gol in finale - uno nei tempi regolamentari, e uno su rigore nella lotteria. Quel “praticamente”, l’unica macchia, è un cartellino rosso che rischiò di compromettere il cammino azzurro agli ottavi, contro l’Australia. Venne espulso al minuto 50. La piramide gerarchica di Lippi aveva perso i due vertici, lui sceglie Barzagli. Presenze in nazionale fino a quel momento: otto. Esordisce al mondiale agli ottavi di finale, nella partita più difficile del viaggio azzurro. Entra al posto di Toni, si accomoda al fianco di Cannavaro che gli detta i codici. Portano la valigetta insieme, non fanno passare nemmeno uno spiffero, poi Totti toglie le castagne dal fuoco grazie a un rigore, abbastanza dubbio, conquistato da un altro protagonista della rubrica - arriverà, anche se sapete già di chi sto parlando - e si vola ai quarti con l’Ucraina. Viene confermato contro Sheva e company, si fa trovare più che pronto. Due presenze, zero gol subiti: alla faccia dell’inesperienza!
CRISTIAN ZACCARDO - Il biglietto per andare in Germania, l’Italia lo conquista a Palermo nell’ottobre del 2005. Al Barbera gli azzurri sfidano la Slovenia: basta un pareggio per qualificarsi. La partita è spigolosa perché l’Italia fatica a scardinare il blocco sloveno. Il volo per Berlino viene prenotato al minuto 80, quando un cross del terzino azzurro - ve ne parlerò presto, promesso - pesca l’altro terzino sul secondo palo, in una giocata che nel calcio trecinquedueizzato di oggi si definirebbe “da quinto a quinto”. Zaccardo a Lippi piace particolarmente perché gli permette di avere copertura dal lato destro del campo, scrollando di dosso i compiti difensivi all’altro terzino. Prendete questo dettame tattico e stracciatelo, perché in quel cross Zaccardo attacca la porta come un rapace d’area. Va in tuffo, colpisce la palla che carambola addosso al giocatore sloveno Komac ed entra in porta. Con le regole di oggi sarebbe autogol di Komac, ma nel 2005 la paternità della rete è tutta di Zaccardo. Il giocatore rosanero, complice un Zambrotta non al meglio, comincia il mondiale da titolare: gioca la prima con il Ghana e anche la seconda con gli Stati Uniti. In tutto il mondiale, Gianluigi Buffon non subì nemmeno un gol su azione. Raccolse il pallone dal fondo del sacco soltanto due volte: in finale, merito di un rigore da prestigiatore folle qual era Zinedine Zidane; e contro gli Stati Uniti, rete di…Zaccardo. Al 27° arriva un pallone velenoso in area, alla ricerca della testa di Carlos Bocanegra che non può raggiungere la sfera, Zaccardo prova a calciare la palla con il sinistro, con l’intento di spedirla il più lontano possibile, ma liscia e colpisce con il piede destro. Autogol. Il suo mondiale di fatto terminò lì, ma quell’episodio rimase uno dei momenti cult di quella spedizione. Un piccolo attestato di frequenza che sicuramente avrebbe voluto evitare, ma il calcio è anche questo.
SIMONE BARONE - Soltanto Massimo Oddo ha collezionato meno minuti in campo in quella spedizione - ci sarebbero anche i due portieri di riserva, Amelia e Peruzzi, ma non fanno testo - eppure Barone è riuscito in ogni modo a ritagliarsi il suo spazio nell’eternità calcistica del nostro paese. A Palermo Barone è uno dei pilastri della squadra, secondo per presenze dietro a Zaccardo, ma nel gruppo dei ventitré è consapevole fin dal ritiro che il suo minutaggio sarà ridotto. Ma Lippi lo conosce bene e ha bisogno di un giocatore come lui: soldato di fiducia, fisicamente tirato a lucido, professionista esemplare. Gioca poco, ma in allenamento va a duemila, mantenendo alto il livello di tutto il reparto. In quel viaggio colleziona soltanto 38 minuti: 22 nei quarti di finale contro l’Ucraina, quando Lippi concede un po’ di rotazioni al centrocampo visto l’ampio risultato, e contro la Repubblica Ceca. Con i cechi la partita è appesa a un filo: l’Italia è in vantaggio 1-0, gol di Materazzi, ma soffre le offensive di Nedved e compagni. Barone entra al posto di Camoranesi con un’istruzione ben precisa: pressa chiunque. E Barone, da buon soldato semplice qual è, disse obbedisco! L’azione che chiude la partita comincia proprio da lui: al minuto 87 Jankulovski riceve un passaggio dal difensore, non è messo particolarmente bene con il corpo e necessita di un ulteriore tocco per superare il suo marcatore. La lucidità viene meno, la superbia prevale, ma quello che il terzino non può controllare è la voracità dell’intervento del suo avversario. Barone colpisce la palla quando Jankulovski ha il piede sopra, quel tocco fa perdere il controllo al giocatore ceco e ribalta l’inerzia dell’azione in una frazione di secondo. La palla giunge nei piedi di Perrotta che velocizza in verticale verso Inzaghi, anche lui entrato nella ripresa. Nell’inquadratura si vede la palla scorrere verso il numero 18 azzurro, mentre Barone accompagna l’azione sulla destra, sospinto da un picco di energia fisica e nervosa che ogni atleta sogna di avere nel momento più decisivo della propria carriera. La Repubblica Ceca sale male con la linea di difesa e fallisce la trappola del fuorigioco. Due contro zero. Inzaghi viaggia spedito verso la porta di Cech. Non segna da una vita con la nazionale e mentre si invola verso la porta scannerizza più volte l’ambiente attorno a sé: osserva come è posizionato Cech, se qualche difensore tenta il recupero, se qualche compagno lo ha seguito. Uno c’è: è proprio Barone, che spera di ricevere l’assist per insaccare a porta vuota. Ma Pippo vive per il gol, Barone lo sa bene, e avanza con il sogno di chi sta per segnare il suo primo gol in nazionale, e con la consapevolezza che Inzaghi, quella palla, non gliela passerà mai. Risultato finale? Pippo salta netto Cech e insacca a porta vuota. 2-0, Italia agli ottavi di finale. A distanza di anni e anni, quello scatto rimase uno dei simboli di quel gruppo guidato da Lippi, oltre a un bel momento di ironia e scherzo tra amici, come rivelato dallo stesso Barone: ogni volta che Inzaghi lo vede, ancor prima di salutarlo, gli dice “Stai ancora aspettando la palla?” Che vuoi farci, i centravanti sono così…
FABIO GROSSO - Marcello Lippi non ha mai messo in dubbio la sua titolarità sull’out di sinistra, lui che tra l’altro aveva messo il cross in mezzo per il gol di Zaccardo nella partita che qualificò gli azzurri a quel mondiale. Ciò che il Ct non poteva immaginare è di avere un Re Mida di questo tipo tra le mani. Germania 2006 fu il mondiale di Fabio Grosso. Più del Pallone d’Oro Cannavaro, più di Buffon, più di Pirlo, più di Materazzi, più di tutti probabilmente. Ci sono almeno tre diapositive che ogni italiano ricorda, e ricorderà sempre, di lui: la prima è contro l’Australia, quando al minuto 92.40, stremato, riesce a conquistarsi un calcio di rigore, poi trasformato da Totti; la seconda è la rete con la Germania, al minuto 119. Pirlo regala l’assist più celebre della storia del calcio italiano, Grosso griffa con un mancino a giro. Poi l’estasi: corre all’impazzata, scuote il dito e la testa, urla “non ci credo, non ci credo, non ci credo”, e come biasimarlo, sta vivendo un momento che probabilmente non si può nemmeno spiegare con le parole. Quell’urlo appartiene al pantheon del calcio italiano, probabilmente siede al fianco dell’urlo di Marco Tardelli, nella finale del mondiale dell’82’ contro la Germania Ovest. Che strano che gli avversari siano sempre i tedeschi…; la terza diapositiva è il sigillo finale a quel mondiale: l’ultimo rigore della serie. Nella lista dei rigoristi, la quinta casella appartiene a Totti - prima di lui Pirlo, Materazzi, De Rossi e Del Piero - ma Francesco è uscito dal campo all’ora di gioco. Lippi allora sceglie Grosso. «Mister, perché io?» «Perché sei l’uomo dell’ultimo minuto». E come dargli torto… In un minuto si vince anche una guerra, e in quel momento Grosso è il Generale Bonaparte nel fiore dei suoi anni di conquiste e vittorie. Fortunato, ma anche coraggioso e intraprendente. Quando Grosso va verso il dischetto, il risultato è di 4-3. Per la Francia errore di Trezeguet. Se Grosso segna, l’Italia è campione del mondo. Prende la rincorsa, incrocia il mancino e vede che Barthez è andato dove voleva lui, la palla dove volevano i fotografi. Gol. Campioni del mondo.
Per rovinare una storia magnifica con la cruda, brutale, realtà: il rigore di Grosso è l’ultimo gol dell’Italia a una fase a eliminazione diretta dei Mondiali.
© RIPRODUZIONE RISERVATA