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Il direttore sportivo del Palermo, Carlo Osti, ha rilasciato una intervista a "La Repubblica" ripercorrendo tutte le tappe della sua carriera, da quella da calciatore, a quella da dirigente:
Che giocatore era Carlo Osti?
«Ero un buon difensore di provincia. Il meglio l’ho espresso a Udine e a Bergamo con l’Atalanta. L’esperienza alla Juventus dall’80 all’82 è stata straordinaria: mi ha permesso di conoscere grandi calciatori e dirigenti come Giampiero Boniperti e Pietro Giuliano. A Torino ho conosciuto anche la famiglia Agnelli, un mondo bellissimo e molto formativo. Anni che mi hanno trasmesso valori che ho mantenuto e cercato di trasmettere».
Alla Juventus ha vinto anche due scudetti.
«Calcisticamente non penso di essere stato da Juve. Probabilmente sono stato uno dei pochi errori di Boniperti (ride, ndr), tipo sostituire Platini con Magrin. Ero sì titolare dell’Under 21, ma tecnicamente facevo fatica a stare al livello di Gentile, Cabrini e Scirea. La mia formazione è stata dilettantistica, al Conegliano, e questo l’ho pagato in Serie A. Ho cercato di migliorare e in parte ci sono riuscito, ma le mie qualità erano altre: concentrazione, velocità, forza fisica, attenzione. Alla Juve sono stato benissimo, ma credo che il mio livello fosse quello di una buona squadra di provincia. All’Atalanta ho dato il meglio, anche perché avevo raggiunto la maturità».
Insomma, lei da direttore sportivo non avrebbe ingaggiato il difensore Carlo Osti?
«Mi sarei sempre acquistato, perché ero un giocatore molto affidabile. Ai miei tempi si marcava a uomo e io ero un grande marcatore: veloce, capace di prendere sia le prime che le seconde punte. Non ero particolarmente portato nell’impostazione del gioco, ma il mio lavoro lo facevo molto bene. Probabilmente oggi potrei fare il braccetto. All’Atalanta già giocavamo con una difesa a tre e in qualche modo quel ruolo esisteva già, anche se con meno partecipazione alla costruzione».
E contro Maradona come se l’è cavata?
«Maradona è stato il giocatore contro cui ho fatto le prestazioni migliori, perché non avevo nulla da perdere. Era il più forte al mondo. Già dal lunedì pensavo a lui, arrivavo alla domenica carico a pallettoni, lo sognavo la notte. Erano partite difficili da sbagliare. Non potevi marcarlo, potevi solo limitarlo, anche grazie all’aiuto dei compagni e alle trame tattiche che già si iniziava a costruire, come faceva Nedo Sonetti. Se era in giornata, però, non potevi fermarlo».
Qualche calcione glielo ha rifilato?
«Dovevo usare le mie armi, ovviamente. Ai miei tempi c’era più libertà, niente VAR e si potevano usare di più certi trucchi: trattenere la maglia, essere più fisici. Oggi tutto questo non esiste più».
Era meglio quel tipo di calcio?
«Ne ho fatto parte e mi è piaciuto molto. Era più romantico, appassionava di più la gente. Anche oggi gli stadi sono pieni, ma prima c’era un legame più forte tra tifosi e giocatori. Adesso cambiano spesso squadra e questo rende più difficile creare identificazione. Il calcio è cambiato in tutto, anche nel contesto: è più spettacolo, più rappresentazione. Prima si andava allo stadio anche solo per il piacere di vedere una partita, oggi accade molto meno. È cambiato il pubblico, l’ambiente, l’approccio. Non dico che sia peggio o meglio, è sicuramente diverso».
Anche in campo è cambiato tutto?
«Fra i giocatori si è perso l’aspetto goliardico. Mi ricordo quando marcavo Graziani: prima della partita mi diceva sempre scherzando di non tirargli la maglia, minacciava in modo ironico di tagliarmi le mani e poi in campo volavano gomitate, ma era tutto parte del gioco. Era un calcio più diretto, più genuino».
C’è una partita alla quale è più legato?
«Atalanta-Inter, prima giornata 1984, il mio ritorno a Bergamo. Finì 1-1 e segnai il gol del pareggio. Fu una giornata straordinaria: lo stadio era strapieno, con un record storico di oltre 47 mila tifosi. Un’atmosfera incredibile. È uno dei ricordi più belli della mia carriera».
Ha mai accarezzato il sogno di fare parte dei convocati di Bearzot per i Mondiali del 1982?
«Ero nella lista allargata dei 40 preconvocati, ma sapevo che difficilmente sarei stato convocato. Bearzot fece delle scelte sorprendenti, come Bergomi e Selvaggi, e lasciò fuori Pruzzo per fare spazio a Paolo Rossi, che veniva dalla squalifica. Ero già contento della preselezione, ma consapevole dei miei limiti rispetto a quel livello».
Come è stato il passaggio dal campo alla scrivania?
«Volevo rimanere nel calcio, ma non ho mai pensato di fare l’allenatore, perché è un mestiere con pochi sbocchi rispetto a quanti lo vogliono fare. Mi ero orientato verso il ruolo di direttore sportivo o procuratore. Nel 1991, quando ho smesso, a Coverciano è stato organizzato un corso per ds dopo 15 anni che non lo facevano e mi sono iscritto: c’erano Angelozzi, Oriali, Sartori. Da lì è iniziato tutto».
Da ds è stato, fra le altre, alla Lazio, all’Atalanta, al Lecce e alla Sampdoria. Poi un anno fa la chiamata in rosanero.
«È arrivata in modo inaspettato, dopo un anno fermo anche per il modo in cui si erano interrotti i rapporti con la Samp. È stata una sorpresa bellissima, conoscevo Giovanni Gardini dai tempi di Treviso. Ho trovato un mondo diverso, molto organizzato, con una metodologia di lavoro strutturata come quella del City Football Group, molto attenta ai dettagli».
Che rapporto ha con la città?
«Palermo è una città straordinaria, le mie figlie la amano. La conoscevo da turista, ma viverla da ds è del tutto diverso. Ti rendi conto ogni giorno dell’amore incredibile della gente per il Palermo, lo percepisci ovunque. È un amore forte e molto passionale. Questo rapporto ti coinvolge inevitabilmente. Ti fa venire voglia di dare qualcosa in più. È una città affamata di calcio. Sono venuto a Palermo con la Samp in A e ho visto cosa era la Serie A a Palermo. Mi piace pensare a un ritorno del Palermo in A e cosa sarebbe questa piazza con l’amore e l’attaccamento dei tifosi alla squadra come quello che sanno dare i tifosi rosanero».
Come si immagina il suo futuro e quello del Palermo fra qualche anno?
«L’obiettivo è chiaro e condiviso da tutti: società, squadra, Inzaghi e il suo staff e la città intera. E lavoriamo ogni giorno per raggiungerlo. Io sto bene a Palermo, ma non sono io a deciderlo: nel calcio contano i risultati e sono sempre quelli a determinare la continuità di un rapporto».
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