Le parole dell'ex capitano dei rosanero.
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La Gazzetta dello Sport propone un’intervista a Fabrizio Miccoli, tornato a Palermo per l’evento benefico “The last match - Miccoli Legends Game”, in programma sabato sera al Barbera. L’ex capitano rosanero racconta il significato di una serata che rappresenta, a distanza di anni, la chiusura di un percorso personale e calcistico.
E quindi, Miccoli, come la definiamo?
«È la serata giusta per chiudere un cerchio. Per le vicende giudiziarie non ho potuto salutare il calcio al momento giusto e da Palermo sono andato via nel 2013. Più che un addio al calcio è l’occasione per fare qualcosa di importante con la Fondazione Falcone, con cui mi onoro di collaborare. L’obiettivo è raccogliere fondi per costruire un campetto nel quartiere della Kalsa e togliere i ragazzini dalla strada».
Che serata si aspetta?
«Rimetterò per la prima volta piede sull’erba del Barbera dal 2013 e sarà una grande emozione, con tanti amici e la mia famiglia in tribuna».
È già da qualche giorno a Palermo. Per strada incontra anche chi le rimprovera ancora qualcosa?
«Ogni volta che torno qua c’è prima di tutto amore nei miei confronti. Ed è reciproco. Naturalmente c’è ancora qualcuno che resta della sua posizione, ma ringrazio anche loro perché quella reazione mi è servita a capire quanto tenessero a me. C’è chi mi ha capito e perdonato subito, chi ha avuto bisogno di tempo, chi ancora non lo ha fatto. Io ho messo un punto e adesso mi interessa lavorare con la Fondazione Falcone e fare qualcosa di buono».
Sei stagioni a Palermo, qual è il ricordo più bello?
«Tra tutti, scelgo il gol numero 100 in Serie A nel derby col Catania del 2012».
Qualcosa che invece le ha lasciato amarezza?
«Due momenti sullo stesso piano. La partita con la Sampdoria pareggiata a maggio 2010, se non mi fossi rotto il crociato avremmo vinto e saremmo andati in Champions. Poi la finale di Coppa Italia persa con l’Inter nel 2011: Delio Rossi non mi ha mai detto perché mi fece partire dalla panchina».
Ha un po’ di nostalgia per il calcio di quegli anni?
«Un po’ sì, c’erano rapporti umani più intensi, oggi quasi ovunque sono più diluiti. Ma Palermo fa eccezione anche in questo, addirittura nella tifoseria riscontro più calore adesso, un po’ perché c’è tanta voglia di Serie A, un po’ per il grande lavoro che sta facendo il club insieme a Inzaghi sul campo».
Ha visto in tribuna la partita col Padova. Che impressioni ha avuto?
«Calabro è bravissimo e ha messo in difficoltà il Palermo. Dall’altra parte ho visto una squadra dal potenziale enorme a livello di tecnica e di mentalità. Non è un caso che sappia uscire così dai momenti di difficoltà nelle partite. Col rispetto di tutte le concorrenti, il Palermo ha davvero il destino nelle sue mani, nella corsa per la A».
Chi l’ha colpita?
«Vavassori mi ha rubato l’occhio, non solo per la doppietta. Mi dicono anche sia un ragazzo serio e centrato, può fare strada. E poi quel secondo gol: tanti altri avrebbero calciato di prima, lui ha avuto la freddezza dei grandi».
In Serie B c’è anche una sua creatura, Tommaso Milanese che sta brillando nell’Ascoli.
«E mai avrei immaginato di vederlo fare il terzino… È un ragazzo di grande qualità, partito dalla mia scuola calcio. Lo seguo con affetto e attenzione, è stato bravo Tomei a reinventarlo».
Sta seguendo il nuovo corso della Nazionale?
«Mancini ha fatto bene ad allargare a tanti giovani. Adesso ha senso farlo, sperando che i club li facciano giocare di più. Ai miei tempi essere convocati era molto più difficile, dovevi fare bene almeno per tre anni. Ho fatto una decina di presenze ma ne vado orgoglioso, davanti c’erano certi fenomeni…».
Fonte: Gazzetta dello Sport
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