Le parole dell'ex vice di De Zerbi al Palermo.

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Davide Possanzini, attuale allenatore del Sudtirol, ed ex vice di De Zerbi al Palermo, ha rilasciato una intervista a La Gazzetta dello Sport, soffermandosi sulla sua carriera e sul campionato di B, prossimo all'inizio:

Perché ha scelto di ripartire dal Südtirol?

«Mi ha convinto la telefonata con il ds Lovisa e il dt Fink. Mi hanno esposto la loro idea, quella di provare a fare uno step ulteriore nell'ambito della proposta di gioco. Ho percepito chiarezza e convinzione nelle loro parole, mi ci sono ritrovato.»

Südtirol anno zero, dunque. È una rivoluzione?

«Direi più un'evoluzione. Detto che questo club è da cinque stagioni in B e quindi di buono è stato fatto tanto. Un patrimonio che non va disperso, spero di riuscire ad attaccarne un altro pezzo.»

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Un calcio diverso rispetto al passato. Ce lo spiega?

«È un'idea che parte da quando si è bambini. Mi piace essere protagonista, portare la palla, essere aggressivo. Queste sono le caratteristiche che vorrei nella mia squadra. Non sono un maestro, cerco di mettere a disposizione le cose che so, trovando la chiave giusta per trasmettere i concetti al gruppo.»

Lei ne ha avuti di maestri?

«Il maestro migliore sono state le bastonate che ho preso durante la carriera, fuori e dentro al campo. Poi ho avuto anche personaggi di spessore a dirigermi. Allora il rapporto era diverso, c'era molta più distanza e soggezione e quindi l'allenatore lo percepivi proprio come una guida che ti accompagnava verso una meta. Zeman, Toshack, Maran, Iachini e tanti altri. Tutti mi hanno lasciato qualcosa: la gestione del gruppo, la cura dei dettagli. Tutti hanno contribuito ad aprirmi la mente, anche se i dubbi restano. I dubbi sono il succo di questo mestiere: quando smetti di averli è meglio ritirarsi.»

Personalmente cosa cerca: una ripartenza? Rivincite?

«Anche da giocatore la mia carriera è stata costellata di alti e bassi. Quando la strada sembrava spianata, ecco che compariva una buca. È la vita che è così. Il Südtirol ora è un capitolo importante.»

Prime impressioni?

«Disponibilità e curiosità pazzesche. Avere calciatori così è fondamentale.»

Sette anni con De Zerbi: cosa le hanno lasciato?

«Tanto. Ho avuto la possibilità di condividere un pensiero e lavorarci insieme, da una prospettiva diversa, quella del vice. Ora che ho cambiato punto di osservazione mi rendo conto di quanto quell'esperienza sia stata utile. Adesso vorrei avere con i giocatori lo stesso rapporto che avevo da vice. Non voglio creare quella barriera tra giocatore e allenatore. Una linea c'è, ma non deve essere imposta.»

Gli anni nel settore giovanile del Brescia quanto l'hanno arricchita come allenatore?

«Tanto. A cominciare dalla metodologia. Il settore giovanile ti permette anche di sbagliare e quindi di provare e riprovare per trovare la tua strada. Per me dovrebbe diventare un passaggio obbligatorio per tutti gli allenatori.»

A proposito di Brescia. Ha allenato il club per sole due partite. Prima o poi tornerà?

«Non so. Da calciatore Brescia è stata l'esperienza più bella della mia vita insieme a Reggio Calabria. Sono diventato tifoso del Brescia.»

Lei ha detto: "Una volta i giocatori erano più esecutori che interpreti". È ancora così?

«Rispetto agli anni '90 tutto è cambiato: la nascita del web ha reso la formazione più facile. Noi non avevamo le stesse conoscenze e tutto quello che diceva l'allenatore passava come un'imposizione. Adesso i giocatori hanno molte più conoscenze, sono cresciute le competenze. E io voglio giocatori pensanti: do gli strumenti, le opzioni per affrontare le varie situazioni, poi sono loro in campo a dover scegliere.»

"Sono loro che concretizzano l'idea", diceva.

«L'allenatore è un supporto, conta il 30% e ci mette soprattutto la mentalità e l'organizzazione. Tutto il resto è nelle mani del giocatore.»

Dall'esperienza di Mantova cosa si porta dietro?

«Sono legatissimo a tutto quello che è stato. Esperienze così forti e totalizzanti si portano dietro anche degli strascichi, ma non porto rancore verso nessuno. A Mantova ho dato tutto, è stata un'esperienza straordinaria. Gli errori che ho commesso là sono legati all'amore che provavo per tutto quello che avevamo costruito e allora talvolta non sono stato oggettivo in alcune scelte fuori dal campo.»

Il capolavoro della promozione in B del Mantova l'ha costruito con il ds Botturi, che riparte da Cremona. Lui punterà alla Serie A. E lei?

«Sono contento per lui, se lo merita, è un amico. Spero possa puntare alla Serie A, anche perché stimo tanto Giampaolo. È un binomio che può fare molto bene. Per quanto mi riguarda voglio giocarmela con tutti a ogni giornata, poi vediamo quello che succede.»

Favorite?

«Come sempre le tre retrocesse e quindi Cremonese, Verona e Pisa. E c'è anche il Palermo, che si sta rinforzando.»

La sorpresa chi potrebbe essere?

«Non lo so. Con il mercato che chiuderà a campionato già iniziato non si ha ancora la percezione del vero valore delle squadre. Un segno dei tempi.»

Giocatori da seguire?

«Tanti. Ma quello che vorrei rivedere è ciò che hanno fatto Catanzaro e Juve Stabia l'anno scorso: hanno avuto il coraggio di lanciare i giovani. Che ci sono. Ma serve quel coraggio.»

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