Le parole dell'ex terzino.

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Federico Balzaretti torna al Renzo Barbera per la partita d’addio di Fabrizio Miccoli. L’attuale dirigente dell’Olympique Marsiglia, rimasto profondamente legato a Palermo, riavvolge il nastro dei suoi anni in rosanero, tra la finale di Coppa Italia, la Champions sfiorata e il rapporto speciale con la città e con i suoi ex compagni.

«Per me è come se non fosse passato neanche un minuto, riprenderemo da dove ci siamo lasciati. C’è la gioia di riabbracciarsi, sarà come quindici anni fa».

Miccoli che calciatore era?

«Speciale, più di un compagno: un fratello al quale voglio un bene particolare. Uno dei ragazzi più generosi che abbia mai incontrato. Si merita una giornata unica».

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Lei, invece, tornerà dove ha corso un sacco di chilometri.

«Li ho pagati a fine carriera e li pago anche adesso. La mia condizione fisica non è fantastica, ma mi tengo sempre in forma e cercherò di reggere».

Che aria si respirava nei suoi anni? Avete vinto con la Roma, con la Juve e con il Milan di Inzaghi, Ronaldinho e Seedorf.

«Perché avevamo un livello altissimo e organizzazione. Abbiamo avuto allenatori preparatissimi ed eravamo anche compatti, con i nostri direttori sportivi capaci di riconoscere il talento».

E poi c’era il pubblico.

«Una città che spingeva, aiutava e sosteneva: quando succede, non c’è il merito di una persona, è perché tutto funziona. Noi avevamo ogni componente e, di conseguenza, il rendimento era alto».

Intanto, lei diventò un divo per i giovani che imitavano il suo look.

«Non era voluto. Questione di praticità. I capelli li ho cambiati in ogni modo. A un certo punto decisi di farmi la coda: divenne un simbolo. Fui uno dei primi a farla, diventai riconoscibile».

Come nacque il feeling con la piazza?

«Fu immediato. Fin dal primo match uscii tra gli applausi. Un sentimento forte che è cresciuto. Mi sento affine all’animo dei palermitani e loro vedevano in me la reinterpretazione di alcuni valori».

Partito da Torino, ha girato l’Italia, ma Palermo non è un luogo come gli altri, giusto?

«Qui ho trovato amore, famiglia e maturazione calcistica. Palermo mi ha regalato tanto. Per me ci sono luoghi speciali come Mondello, in cui ho vissuto anni e in cui mi nascondevo con Eleonora in passeggiate notturne per conoscerci senza farci vedere dai giornalisti. Poi la Cappella Palatina, dove mi sono sposato».

Finale di Coppa Italia persa e Champions sfiorata: rimpianti?

«Ovviamente. Non toglie nulla al nostro percorso, ma sarebbe stato un coronamento. Per fortuna siamo giudicati per ciò che abbiamo dato in toto. Ho rivisto la gara contro l’Inter che è online: abbiamo giocato meravigliosamente. I nerazzurri in fascia mi misero Nagatomo e Zanetti. Ci portavano tutti rispetto, eravamo temuti».

E il rapporto con Zamparini? A volte mancava un po’ di tranquillità?

«Più per i tecnici o i dirigenti», ride. «Non ci faceva mancare mai niente. Noi glielo dicevamo: “Se trovi Zenga o Rossi, tienili!”. Ma lui era fatto così. Aveva temperamento e poteva prendere decisioni avventate».

Pochi gol i suoi, ma decisivi.

«Pochissimi ma buoni. Quello col Napoli fu molto bello, da fuori. Col Livorno, la rete ci diede il primato. Ho fatto tanti assist, la mia specialità».

La partita più dolorosa, quella contro l’Udinese dello 0-7?

«No, con la Samp. Ci credevamo tanto. L’Europa era alla nostra portata».

E di scherzi tra di voi?

«Li facevamo tutto il tempo, ma nessuno si azzardava a tagliarmi la chioma. Ci nascondevamo le auto a vicenda e succedeva di tutto. Eravamo uniti. Chissà stasera...».

Fonte: la Repubblica

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