Godeas-Mediagol: “Corini-Tedesco allenatori in campo, ma non li invidio. Critiche a Caracciolo? Rispondo così”

Godeas-Mediagol: “Corini-Tedesco allenatori in campo, ma non li invidio. Critiche a Caracciolo? Rispondo così”

L’intervista concessa da Denis Godeas, ex attaccante di Triestina, Messina e Palermo, in esclusiva ai microfoni di Mediagol.it

Il Palermo del 2006.

Una stagione memorabile, che ha segnato l’apice della storia rosanero. In Europa, la conquista degli ottavi di finale di Coppa UEFA, dove la squadra di Giuseppe Papadopulo fu sconfitta dallo Schalke 04. In Italia, l’arrivo alle semifinali di Coppa Italia, in cui a negare l’ultimo step ai siciliani fu la Roma, e la conclusione dell’annata al quinto posto della classifica di Serie A. Risultati conquistati da una squadra formata da calciatori di altissimo livello, tra cui ben quattro – il 9 luglio 2006 – avrebbero sollevato al cielo la Coppa del Mondo a Berlino. Oggi, al Palermo, di quella squadra sono rimasti solo Mario Alberto Santana, tornato per riportare i colori rosanero tra i professionisti e attualmente ai box a causa di un infortunio, e Leandro Rinaudo, che svolge il ruolo di direttore tecnico del settore giovanile del club di viale del Fante. Gli altri, invece, hanno per lo più appeso gli scarpini al chiodo, alcuni di loro diventando abili allenatori, altri stanno ancora muovendo i loro primi passi nel percorso ai margini del rettangolo verde.

L’attaccante Denis Godeas, che approdò al club di Viale del Fante a gennaio del 2006 e lasciò i rosanero a giugno del medesimo anno, intervenuto in esclusiva ai microfoni di Mediagol.it, ha parlato di alcuni dei suoi ex compagni.

Tedesco e Corini? In campo davano già l’impressione di essere allenatori, dando indicazioni e aiutando i compagni, da giocatori esperti quali erano. Non mi stupisce che siano arrivati ad alti livelli, la loro capacità di comunicare al gruppo era evidente. Il ruolo di allenatore, però, è ovviamente diverso da quello del giocatore. Non li invidio, perché conosco anche D’Aversa e so quanti problemi si hanno. È difficile avere una mentalità da collettivo, piuttosto che quella individuale da calciatore. Trasmettere le proprie idee a un gruppo è una bella sfida. Makinwa e Caracciolo? Le critiche c’erano, non dobbiamo nasconderci, fanno parte del calcio. Le annate in cui si fa meno bene capitano, a me è successo soltanto uno o due anni in tutta la carriera fortunatamente. Molte volte dipende non soltanto dalle pressioni, ma anche dal proprio percorso di ambientamento o dalla sintonia con il gruppo. Le variabili per dare un contributo sono tante e, talvolta, il risultato non è quello che ci si aspetta. Sono entrami giocatori forti e bravi ragazzi, ma la verità è che spesso non si riesce ad esprimere al 100% il proprio potenziale. Caracciolo, ad esempio, penso che abbia fatto meno di quelle che erano le sue qualità. Da lui ci si aspettava cose davvero importanti, per cui forse da ragazzo introverso ha subito un po’ le pressioni. A dirlo, tuttavia, può essere soltanto lui, questa è una mia impressione“.

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