Un buon pari nell'ottica del doppio confronto ma intriso di rimpianto per la clamorosa occasione divorata da Coronado che avrebbe reso sensibilmente più agevole la sfida di ritorno...
<strong>Commento</strong>
di Leandro Ficarra
Il pari costituisce nel complesso un significativo primo passo nella strada verso la conquista della finale.
Il Palermo può guardare con moderato ottimismo alla sfida di domenica pomeriggio al "Barbera" in cui potrà giocarsi tra le mura amiche la chance di accedere all'ultimo atto di questi play-off promozione, disponendo di due risultati su tre.
La divisione della posta è sostanzialmente epilogo equo per quanto mostrato dalle due compagini nell'arco dei novanta minuti.
Tuttavia, è il Palermo a masticare amaro e ruminare rimpianti, consapevole di aver avuto per ben due volte la partita in mano ed essersela lasciata incautamente sfuggire per mancanza di lucidità e cinismo. Non ha saputo cogliere con risolutezza l'attimo la formazione di Stellone.
Prima in vantaggio e ad un passo dal raddoppio, poi ad un'inezia dal nuovo sorpasso con Coronado, completamente solo davanti ad Audero, ipnotizzato più da timori e spettri del recente passato che dall'uscita disperata dell'estremo difensore lagunare.
Un'occasione gigantesca, più unica che rara, generata da un goffo difetto nel controllo da parte di Modolo che ha tirato un incommensurabile sospiro di sollievo.
Nei mille indugi e tentennamenti di un calciatore del lignaggio tecnico del brasiliano, totalmente solo e palla al piede con lo specchio della porta spalancato, davanti ad Audero ormai pronto a capitolare, albergavano scorie psicologiche e zavorre non del tutto accantonate, figlie del rigore decisivo fallito contro il Cesena.
A conti fatti, quel penalty calciato alle stelle poteva regalare la promozione diretta alla compagine siciliana. La chance fallita stasera, ad oggi non pregiudica né compromette nulla, ma indubbiamente conferisce un sapore diverso al retour match del "Barbera".
La vittoria al "Penzo" non avrebbe certamente chiuso i giochi senza appello in favore della formazione rosanero. Ma, innegabilmente, poteva costituire un'infusione di adrenalina ed autostima non di poco conto in vista della resa dei conti nel capoluogo siciliano.
L'auspicio è che l'errore del brasiliano possa sommessamente andare in archivio nella memoria. Non divenendo lacerante oggetto di analisi postuma nella serata di domenica.
Nel complesso la gara è stata tatticamente preparata a dovere.
Il Palermo non ha incantato ma ha tenuto con ordine, attenzione e buon piglio il campo. Soffrendo poco contro un avversario ostico, brillante ed in fiducia.
Crescendo alla distanza nella ripresa, trovando meritatamente il vantaggio e sfiorando il raddoppio a stretto giro di posta. Smarrendosi per pochi istanti, puntualmente fatali, in una lettura tardiva ed una marcatura troppo morbida in occasione del pari lampo di Marsura.
Provando a rialzare la testa, a riproporsi con nuova linfa innestata dagli innesti di Gnahoré e Coronado. Non correndo particolari rischi su azione manovrata e patendo il giusto la fisiologica abilità lagunare nell'esecuzione delle palle inattive.
Stellone non ha guardato in faccia a nessuno optando per soluzioni logiche e in un certo senso coraggiose.
Il tecnico ha insistito con il dogma della linea difensiva a quattro al contempo variando il modulo di riferimento proposto nel corso della regular season.
Niente 4-4-2 ma Palermo disposto con una sorta di rombo.
Dentro Trajkovski tra le linee, Fiordilino in mezzo al campo, fiducia a La Gumina e Moreo. Coronado e Nestorovski ad attendere il proprio turno in panchina.
Con buona pace di gerarchie, blasone, valore di mercato e cognomi stampati sulla maglia. Scelte limpide e di personalità, basate sulla condizione atletica e la funzionalità tattica del singolo in relazione a tipologia di partita e peculiarità dell'avversario.
La sensazione è che l'undici titolare sia stato coniato anche nell'ottica di una gestione ponderata di risorse ed energie in vista della decisiva sfida di ritorno al "Barbera".
Il corso del match gli ha dato anche ragione in relazione all'obiettivo prefissato a breve termine e nell'ottica dei 180 minuti. Sia chiaro, non abbiamo visto un Palermo particolarmente evoluto o diverso dalle ultime uscite in termini di brillantezza, fluidità ed incisività nello sviluppo della manovra. Tuttavia, la compagine rosanero è parsa subito piuttosto compatta, solida ed ordinata nella fase di non possesso.
Nella prima frazione, esterni bassi leggermente bloccati a protezione sulla spinta di Bruscagin e Del Grosso con Fiordilino e Murawski pronti a schermare centralmente e scivolare sulle corsie in sede di raddoppio. Jajalo a far legna e dirigere il traffico, Bellusci e Rajkovic a conferire sicurezza e personalità ,in lettura e chiusura, nel nucleo della retroguardia.
Provvidenziale il centrale serbo in un paio di salvataggi aerei sulle parabole velenose scagliate dal piede educato del talentuso Leo Stulac.
Squadra molto densa e raccolta in un 4-4-1-1 in fase di non possesso sulla propria trequarti, che provava a sgonfiare col palleggio la pressione lagunare cercando la giusta ripartenza.
Trajkovski si faceva trovare spesso a raccordo tra le linee sacrificandosi in pressione su Stulac, Moreo fungeva da boa e riferimento sul lungo, alla ricerca della sponda o della spizzata giusta per La Gumina.
La prudenza la faceva da padrone su entrambi i versanti e di trame limpide e conclusioni a rete neanche l'ombra o quasi. Solo Trajkovski chiamava ad una quasi prodezza Audero con un bel destro a giro su punizione dalla distanza.
La fatica si faceva sentire ad inizio ripresa sulle gambe dei calciatori di Inzaghi.
La partenza sprint del Palermo, che fiutava l'affanno avversario, culminava nella splendida azione, rifinita dal cioccolatino di Jajalo per la chirurgica esecuzione del sempre più implacabile La Gumina. Con un pizzico di precisione e cinismo in più, Trajkovski poteva chiuderla un paio di minuti dopo. Invece è arrivato, quasi beffardo, il pari di Marsura a ridare fiato ed energie nervose al Venezia.
La partita si è stappata ed è stata anche godibile nella fase centrale della ripresa.
Il Venezia, voglioso di provare a ribaltarla, ed oggettivamente provato sul piano atletico, si è allungato non poco aprendo più di una voragine. Non è stato bravo lì il Palermo a capitalizzare con lucidità, freddezza e raziocinio, diverse situazioni di ripartenza in superiorità numerica.
Coronado è entrato in partita lentamente ed un po' appannato. Ha trotterellato alla ricerca del guizzo giusto, dell'ispirazione propizia che tardava ad arrivare. Ha gestito un paio di situazioni favorevoli con approssimazione e frenesia non conformi alla sua inconfutabile caratura tecnica.
Fino a vedersi recapitare quel gentile cadeau da Modolo e non riuscire incredibilmente a scartarlo logorato da timori, tensioni ed infausti ricordi.
Resta in dote il risultato positivo conquistato che deve in questo momento costituire base psicologica granitica, più forte di ogni rimpianto, in vista della gara di ritorno.
Non c'è tempo di lacerarsi nel vortice dei se e dei ma. Tra pochi giorni si torna in campo per chiudere i conti e provare a conquistare la finale. Il Palermo ha due risultati su tre a disposizione per riuscire nell'impresa. Vantaggio non da poco ed obiettivo da centrare calcisticamente in qualsiasi modo.
Magari, secondo la legge bizzarra alla base dell'imprevedibilità del calcio, proprio con la firma, stavolta decisiva e leggibile, di Igor Coronado.
© RIPRODUZIONE RISERVATA