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Fabio Paratici si racconta.
Il direttore sportivo della Juventus, attualmente in quarantena a seguito della positività al Coronavirus di tre giocatori bianconeri, ha parlato ai microfoni di Juventus Tv dell’emergenza sanitaria che l’Italia sta vivendo: "Io vengo da una terra particolarmente colpita che è Piacenza, che viaggia con una media di 30 defunti al giorno. Dobbiamo restare a casa e seguire le indicazioni che arrivano con sempre maggiore attenzione".
Uno sguardo, però, anche al passato. Il ds bianconero, infatti, ha parlato dei trascorsi da difensore: "Cercavo di inserirmi dove gli altri mancavano, per sfruttare le poche partite in cui gli altri non giocavano mi adattavo. Per caratteristiche, somigliavo a Pessotto. Non segnavo mai, non avevo un'esultanza... Era talmente raro".
E a proposito, invece, di qualche curioso aneddoto in merito alla carriera ai margini del rettangolo verde: “Ho avuto la fortuna di viaggiare tanto, ho fatto sei anni alla Samp in cui facevo il capo degli osservatori e quindi ero sempre via. Ce ne sono tanti: un anno seguimmo un Sudamericano Sub 17 in Ecuador, a Quito. E per seguire un calciatore e incontrare la sua famiglia chiesi alla famiglia dove poterci incontrare. L'appuntamento fu alla stazione dei bus di Quito e io andai lì in giacca e cravatta, sbagliando. Il tassista, arrivato in quel posto molto malfamato, mi chiese: sei sicuro di scendere? Io attraversai la stazione di Quito a testa bassa, sperando nessuno mi toccasse. Poi in Canada, Mondiale Under 17: la semifinale fu Argentina-Cile e già allora seguivamo Vidal. La partita finì otto contro otto e nel sottopassaggio arrestarono tutti i calciatori. Un’altra volta siamo partiti per vedere due gare delle nazionali, dovevo vedere una doppia partita in Polonia e sono rimasto lì dieci giorni perché il paese era chiuso per neve. Andavo all'internet point e ci stavo venti ore ed ero da solo in questo albergo per dieci giorni. Quando arrivò il conto alla Samp per l'utilizzo del mio internet point mi fu decurtato dallo stipendio”.
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