“Figli di…”, l’importanza di chiamarsi ‘Maldini’: da Cesare a Daniel, la 3 ancora nel cassetto

“Figli di…”, l’importanza di chiamarsi ‘Maldini’: da Cesare a Daniel, la 3 ancora nel cassetto

Padri che hanno fatto la storia del calcio, figli che provano (con più o meno fortuna) a seguirne le orme. Mediagol.it, all’interno della rubrica “Figli di”, vi racconta oggi la storia della famiglia Maldini

PAOLO MALDINI

Monica e Donatella hanno giocato a Basket in A2, così come Alessandro, anche se nelle giovanili della Tracer. Piercesare, invece, è passato per le giovanili del Milan è poi ha esordito a Pavia, a Viareggio. Ma a far la storia del calcio, proprio come il papà, è Paolo.

Per me era un gioco, non pensavo alla fama di mio padre

Da bambino il quartogenito di casa Maldini giocava come portiere e, come egli stesso ha ammesso, faceva il tifo per la Juventus, ma soltanto perché a quel tempo nove undicesimi dei giocatori della Nazionale erano bianconeri. All’età di dieci anni, però, tutto cambia: dalle partitelle sul campo di cemento dell’oratorio si passa ad un manto d’erba, e Paolo esce dai pali. Alla richiesta del bambino di candidarsi come calciatore di una squadra vera, papà Cesare rispose con altre due domande: “Vuoi giocare nel Milan o nell’Inter? In porta o fuori?”. Nessuna imposizione, nessun destino già scritto, il piccolo Paolo era libero di scegliere chi sarebbe diventato.

Il celebre Cesarone, seppur in quegli anni fosse già collaboratore tecnico del Milan, non ebbe nessuna pretesa, ma fece semplicemente il padre: accompagnò il figlio al provino del club rossonero, rispose semplicemente “veda lei” quando gli chiesero in che ruolo farlo giocare, e si dileguò sugli spalti, il più lontano possibile. Paolo, seppur dubbioso, scelse di lasciar perdere i guanti da portiere e disse di sentirsi un giocatore di movimento, così esordì come ala destra.

Nonostante rimanesse in disparte, papà Cesare sapeva qual era il punto fondamentale su cui intervenire nella crescita, calcistica e non solo, del figlio: insegnargli ad essere uomo dentro e fuori dal campo, così come lui era stato. L’onore della famiglia Maldini, probabilmente, deriva proprio da questo: l’essere rispettati come uomini ancor prima che come calciatori.

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La parabola del difensore centrale è simile a quella del padre, anche se Paolo non ha ereditato la maglia numero 5, bensì ha scelto la 3 rossonera e, tra le altre cose, in carriera ha vestito solo quella e solo a quella ha giurato fedeltà, anche quando la Juventus, il club che tifava da bambino, tentò di condurlo a sé. Sette scudetti, una Coppa Italia, cinque Supercoppe italiane, cinque Champions League, cinque Supercoppe europee, due Coppe Intercontinentali e una Coppa del Mondo per club, questi sono i trofei conquistati in ben venticinque anni di carriera (dal 1984 – quando esordì a sedici anni in prima squadra – al 2009), il doppio di quelli trascorsi al Milan dal capofamiglia. “Paolo, sono orgoglioso di te. Papà”, è il messaggio che Cesare scrisse al suo quartogenito poche ore dopo che quest’ultimo aveva vinto la sua prima Coppa dei Campioni all’Old Trafford di Manchester, a quarant’anni esatti dal trionfo di Wembley. Il sogno dell’ex ct della Nazionale, che ha avuto anche il piacere di allenare il figlio durante il Mondiale ’98 di Francia, era che Paolo, diventato ormai una bandiera proprio come lui, riuscisse a conquistare tutto ciò che lui aveva conquistato e ben altro, e il sogno divenne presto realtà.

(FILE PHOTO) In this composite image a comparison has been made between images (L-R) 52915825 and 52915825 of Father (L) and Son (R). **LEFT IMAGE*** 21st May 1963: Cesare Maldini, the Milan captain holds up the winner's trophy after his team's 2-1 win against Portugal in the European Cup Final at Wembley. (Photo by Evening Standard/Getty Images) ***RIGHT IMAGE*** MANCHESTER, UNITED KINGDOM - MAY 28: Champions League 02/03 Final, Manchester, 28.05.03, AC Mila v Juventus Turin. Paolo Maldini lifts the trophy (Photo by Andreas Rentz/Bongarts/Getty Images)

Proprio come il papà, anche Paolo trovò la donna della sua vita a Milano mentre i tifosi lo acclamavano e tra le pagine dei quotidiani figurava il suo volto: la fortunata è la modella venezuelana Adriana Fossa, che lascerà le passerelle per dedicarsi alla famiglia dopo la nascita di Christian, nel 1996, e Daniel, nel 2001.

La voce di “figlio di” mi ha accompagnato fino alla prima squadra. Giochi solo perché sei il figlio di Maldini: voci di avversari ma anche di genitori di alcuni miei compagni. È per questa ragione che un trattamento del genere vorrei risparmiarlo ai miei figli. Ora, con gli sponsor e i procuratori, è tutto anche più difficile: so che sui miei figli c’è più peso di quanto ne ho avuto io. E vigilo. Con i miei figli faccio come faceva mio padre: li seguo senza assillarli, non m’importa se diventeranno campioni o si fermeranno a metà strada o smetteranno tra due mesi. Ciò che conta è che siano felici
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