PENSIERI E PAROLE IN LIBERTÀ Palermo-Udinese, pari per pochi intimi

PENSIERI E PAROLE IN LIBERTÀ Palermo-Udinese, pari per pochi intimi

La rubrica del giornalista-tifoso e scrittore Benvenuto Caminiti. Questa settimana, protagonista di “Pensieri e parole in libertà” lultima partita pareggiata 1-1 con lUdinese in un Barbera.

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La rubrica del giornalista-tifoso e scrittore Benvenuto Caminiti. Questa settimana, protagonista di “Pensieri e parole in libertà” lultima partita pareggiata 1-1 con lUdinese in un Barbera sempre meno gremito. Sono sincero, come sempre. Almeno qui, quando scrivo per voi, cari tifosi rosanero. Sabato mi aspettavo un’affluenza maggiore allo stadio; che riempissero gli spalti almeno tutti quelli che l’anno scorso assistettero, increduli e impotenti, ai sette gol rifilatici da Di Natale e Sanchez. Invece, eravamo in pochi, troppo pochi. Eravamo solo quasi … i parenti ‘ra zita. Meno di diciottomila, secondo la notula distribuita, per conto della società rosa, in tribuna stampa da due deliziose steward : lo fanno regolarmente ogni fine gara ed hanno sempre un dolce sorriso per noi, nella buona e nella cattiva sorte. Anche sabato, la brunetta delle due, dai lunghi capelli corvini, mi ha porto il foglio e regalato un radioso sorriso. Che avrei dovuto almeno ricambiare con un “sentito grazie” ma l’Udinese aveva appena pareggiato ed io avevo ben altri “cavoli” per la testa che pensare alle buone maniere. Così, non l’ho neanche guardata, preso com’ero dalle ultime fasi della partita, che per me finisce solo al triplice fischio dell’arbitro e mai un istante prima. Specialmente quando c’è ancora tempo per rimettere a posto le cose e … pure quando non ce n’è. Per me, insomma, c’è sempre tempo per vincerla, la partita, anche se mancano solo sei minuti come sabato e l’aria che tira è tutt’altro che favorevole. L’ho detto e ripetuto: per un tifoso la speranza è l’ultima a morire e, almeno per me, questa non è una frase fatta. Ma, dicevo: mi aspettavo di più dai tifosi sabato, non dico l’en plein, che non è più … di moda, ma che fossero piene almeno le due curve ed invece … . Sì, lo so, la gente è delusa e quando è delusa s’ingegna a passare il suo tempo libero diversamente. E non posso darle torto, solo che io qui alludo non tanto alla “gente”, genericamente intesa, ma più precisamente al “popolo rosanero”, cioè a quelli veramente ammalati di febbre rosanero, che vanno allo stadio sempre, e a prescindere; che assistono ad ogni partita come a quella della vita, anche quando il campionato non ha più nulla da dire e l’avversario non intriga per niente. Ma sabato, invece, non solo la classifica ma anche l’avversario avrebbero dovuto “costringere” tutti i tifosi, nessuno escluso, ad accorrere al “Barbera”: l’Udinese se n’era andata l’anno scorso dal “Barbera” (mentre lo stadio rimbombava di fischi) dopo averci seppellito di gol e, soprattutto, dopo averci umiliato sul piano del gioco. Segnavano con irrisoria facilità e non avevano intenzione di fermarsi finché l’arbitro non avesse fischiato la fine. Ricordo come fosse sabato che – si era già sul 7-0 per loro – Sanchez, già autore di quattro gol, provò un paio di volte a buttarsi in area per ottenere il calcio di rigore. E, se la memoria non mi inganna (ahimè, spesso succede, sarà l’età non più sbarazzina che mi fa perdere colpi in serie), ci riuscì pure, solo che (sempre che la memoria non mi inganni) Di Natale lo fallì, risparmiandoci l’ottavo gol sul groppone. Che bravo che fu il grande immarcescibile Totò, quella domenica! Segnò e fece segnare! E come si divertiva! Ogni volta che beffava il povero Sirigu, festeggiava manco si trattasse del gol-scudetto, ma posso capire, perché il gol, uno solo o sette, è la ragione di vita di un calciatore. Specialmente se di mestiere fa l’attaccante. Ecco, almeno per questo, a prescindere da tutto, delusioni ed amarezze di questi ultimi tempi comprese, mi aspettavo lo stadio se non pieno… quasi: ero convinto che tutti, proprio tutti, fossero ansiosi di vedere come il Palermo avrebbe riscattato la vergogna di quei sette gol. Ed invece … Ma peggio per loro, per quelli che hanno preferito la poltrona di casa, perché si sono persi una prova gagliarda di tutta la squadra e uno dei più spettacolari Miccoli della stagione. Sì, Miccoli, il capitano, uno che dà l’esempio. Sempre e ancor di più quando il mare è in tempesta, come in questi giorni che, stranamente – ma è dannatamente vero – stiamo lottando per la salvezza. Ed è la prima volta che succede da quando siamo tornati in serie A e quindi siamo un po’ impreparati alla “novità”, tutti un po’ smarriti, non solo la squadra ma anche noi, i tifosi. Tant’è vero che qualcuno, qualcuno di troppo, comincia a preferire la poltrona di casa allo scomodo sediolino della curva. Ed è un errore, perché l’esempio, contrariamente a quanto di solito si pensi e si dica in giro, dobbiamo cominciare a darlo noi, tifosi, ché poi la squadra capta il messaggio subliminale e si batte di conseguenza. E’ così, ragazzi, lasciatevi guidare da uno che in sessant’anni di tifo rosanero sa di cosa parla per “esserci stato di persona” e non solo per averne sentito parlare. Come fanno in tanti. In troppi. Sì, lo so, questi sono discorsi tristi, impopolari, ma qualcuno deve farli e, chiedo venia, se mi arrischio a farli io, che ho i capelli bianchi e tanta storia rosanero dietro le spalle. E, se li faccio, è per passione, perché di natura sono un inguaribile ottimista. Come tifoso, poi, lo sono ancor di più, spesso al di là di ogni logica: non mi va mai di ammettere che il Palermo merita di perdere anche una sola volta, pensate un po’ quando si ritrova in questa situazione delicata, mai vissuta prima. Certo, chi ci sta dietro sta molto peggio e ancora mancano nove partite alla fine del campionato: tutto il tempo e lo spazio per chiudere alla grande. E ci riusciremo, anche se questo è il Palermo più sbrindellato degli ultimi dieci anni (anzi, proprio per questo) se gli staremo vicini. E finora lo abbiamo fatto, ma i vuoti negli spalti di queste ultime partite sono inquietanti, sanno di scollamento, di presa di distanza: tutto ciò è pericoloso. Ma so che non succederà, conosco troppo bene di che pasta sono fatti i miei sodali, si è visto anche ieri, per tutta la partita e in un momento in particolare: quando Torje a sei minuti dalla fine ha segnato il gol del pareggio per l’Udinese, seguito da un silenzio tombale di tutto lo stadio. Poi l’errore di Mantovani, fin lì autore di una prova impeccabile, e la zampata micidiale del romeno. Da lassù, dalla mia altissima postazione, mi è parso di vedere lo sguardo perso di Mantovani. Ma forse me lo sono solo immaginato, di sicuro ho visto che i compagni lo hanno incoraggiato e, come d’incanto, è tornato a ruggire il tifo negli spalti. E ho capito che il gruppo c’è e la squadra è viva. E che è sempre viva e impareggiabile la passione del “popolo rosanero”. P.S. Lo avrete capito, questo è un appello, forse esagitato, forse perfino sbracato, ma certamente suggeritomi dalla prima all’ultima parola solo dal cuore.

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