PENSIERI E PAROLE IN LIBERTA Il ministro siciliano che tifa Inter…

PENSIERI E PAROLE IN LIBERTA Il ministro siciliano che tifa Inter…

di Benvenuto Caminiti Ho appena letto le dichiarazioni del ministro La Russa sulla finale di domenica e mi si è rivoltato lo stomaco. Mi capita quasi sempre a sentirlo e perfino solo a.

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di Benvenuto Caminiti Ho appena letto le dichiarazioni del ministro La Russa sulla finale di domenica e mi si è rivoltato lo stomaco. Mi capita quasi sempre a sentirlo e perfino solo a vederlo (ognuno ha i suoi gusti), ma stavolta il rimescolio intestinale è stato più forte. Insopportabile. Al punto che ho dovuto aprire il Pc e cominciare a scrivere. Faccio così quando qualcosa agita più del dovuto il mio già delicato sistema nervoso e voglio darmi una calmata. Poi, se mi si tocca Palermo, il Palermo ed il suo “onore”, fibrillo tutto, dalla testa ai piedi. Se lo fa un catanese, ancora peggio, con tutto il rispetto possibile che è dovuto ai cugini etnei. Dicevo: La Russa. Chi più catanese di lui, che se ne gloria, manco si trattasse di una medaglia al valore ed invece c’è solo nato ai piedi dell’Etna. E se ne gloria, specie quando per ricordare a tutti che è siciliano, ci tiene a precisare che non è di Palermo, ma di Catania: contento lui. Lo ha fatto anche stavolta quando gli hanno chiesto per chi tiferà tra Palermo ed Inter, rispondendo con la solita prosopopea (fa parte del suo dna, la schiaffa in faccia a tutti, specie a quelli di parte avversa, politicamente parlando e non solo) che “nessuno potrà impedirmi di tifare Inter!”. Altri, più gentili d’animo, lo avrebbero detto in tono sommesso lui, invece, lo proclama spianando la solita grinta guerriera, come se rivendicasse chissà quale diritto primario. E lo fa dopo aver precisato, sempre con la solita prosopopea, che “E poi io sono di Catania, mica di Palermo…”. Il tutto in un contesto dedicato ai 150 anni dell’Unità d’Italia che lui, anche se non soprattutto come ministro della difesa, dovrebbe sempre salvaguardare, al di là dei soliti luoghi comuni, legati agli atavici campanilismi storici tra Comuni, se non addirittura a quelli calcistici. Si proclama siciliano e lo fa – come tutto il resto – con la consueta prosopopea, e tuttavia, persino in un’occasione così importante come la finale di Coppa Italia, ci tiene a precisare che lui tiferà Inter “anche perché io sono di Catania, mica di Palermo”: così chiosa l’intervento, come a volersi giustificare. Ma non è così, lui non è tipo da giustificarsi di alcunché, questo succede ai deboli e lui è forte, lui è un duro, lui predilige i ribelli, quelli che si battono per un ideale, contro tutto e tutti. Lui è un cultore dell’epopea indiana, sa tutto della lotta impari degli Apache e dei Sioux contro gli americani invasori, tanto da aver chiamato i suoi figli Geronimo e Kocise. Lui preferisce i deboli che si battono contro i forti perché lottano per un ideale supremo: la libertà. L’indipendenza. L’onore. Eppure, se non solo il Palermo ma perfino il suo Catania se la vede contro l’Inter, è più forte di lui: pur trepidando per i colori della città natia, lui tiferà Inter. Che nel confronto non è come gli Apache o i Sioux ma semmai come gli eserciti confederati degli Stati Uniti d’America. Ma che importa, qui parliamo di calcio, mica di sopravvivenza storica, geografica ed etnica come per gli Indiani della Riserva, ed il calcio non bada a queste quisquilie. Il calcio scatena sentimenti diversi, genera il “tifo”, e per esso si farebbe di tutto. Quindi, chi meglio di me può capire la fede intemerata, incorrotta ed incorruttibile di uno come La Russa che per amor della sua squadra del cuore è capace di rinnegare anche la squadra della città natia? Lo faccio anch’io ogni giorno che passa, seppure mai sfacciatamente, perché la fede calcistica è un totem, un dogma, un assioma inattaccabile. Però, non indugio su certi particolari imbarazzanti, tipo: “.. E poi io sono di Catania, mica di Palermo…”, come fa il ministro della difesa La Russa, giusto nell’occasione delle celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia”. Ecco, queste sue ultime parole (al di là del mio senso del gusto che mi “obbliga” a cambiar canale non appena lo vedo in tivvù) mi hanno fatto rivoltar lo stomaco, non il suo tifo che non vacilla mai, ma il fatto che da ministro abbia fatto un distinguo così banale: “…E poi io sono di Catania”, proprio nel momento sbagliato, in piena celebrazione dei 150 anni dell’Unità d’Italia. Anche se, appena qualcuno glielo rimprovererà, lui con la solita prosopopea – ciuffo al vento e dentiera spianata – risponderà: “Ma io parlavo come tifoso, mica come ministro!”. E se la riderà come sempre. Come sempre sicuro di avere avuto ragione .

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