PENSIERI E PAROLE IN LIBERTA’ Giovanni Tedesco, l’emozione di un rigore

PENSIERI E PAROLE IN LIBERTA’ Giovanni Tedesco, l’emozione di un rigore

di Benvenuto Caminiti Appena, alla mezzora della ripresa, Delio Rossi gli ha fatto un cenno, lui era già bell’e pronto e mostrava i tacchetti al quarto uomo: scalpitava, non stava.

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di Benvenuto Caminiti Appena, alla mezzora della ripresa, Delio Rossi gli ha fatto un cenno, lui era già bell’e pronto e mostrava i tacchetti al quarto uomo: scalpitava, non stava più nella pelle, quelli potevano essere gli ultimi scampoli di calcio giocato e lui voleva viverseli in pieno, senza rimpianti, anzi gridando al cielo: “In questo Palermo dei record ci sono anch’io, Giovanni Tedesco, l’unico palermitano della squadra!”. Ed infatti si è subito gettato nella mischia, randellando a destra ed a manca, infilandosi, come suole, più di una volta nel cuore della difesa atalantina, inseguendo tutti i palloni e… tutte le gambe avversarie che gli passavano dappresso. E l’ultima di quelle palle lui ha cercato di colpirla in rovesciata volante, manco fosse un ragazzino ed invece ha già trentotto primavere sulle spalle. E su quella palla un avversario l’ha spintonato e l’arbitro ha fischiato il calcio di rigore. Ed allora lui ha esultato agitando le braccia e saltellando come uno stambecco, come se, con quel penalty, il Palermo avesse potuto riappropriarsi del fatidico quarto posto per la Champions. Ed invece era solo una vittoria, pur bella, ma solo una vittoria, buona solo per la statistica, ma non certo per la storia. In Champions, infatti, ci andrà la Samp e questo lui già lo sapeva ma era felice lo stesso perché nel suo ultimo spizzico di partita in maglia rosanero (la maglia del suo cuore e dei suoi desideri più antichi e che mai svaniranno) lui era stato comunque decisivo, procurando al Palermo il rigore della vittoria. Sembra poco ed invece è molto, è tanto per uno come lui, approdato in maglia rosa solo al tramonto della sua lunga, onorata carriera, quando il meglio era già passato e tuttavia lui ne è stato felice, orgoglioso, come avesse raggiunto finalmente la meta inseguita per una vita. E questo capita solo alle persone vere, a quelle che, al di là del successo e del denaro, guardano ai valori autentici della vita, che sono lo spirito di corpo, il senso di appartenenza, la fedeltà: tutte virtù, queste, che abbondano nell’anima semplice del palermitano di Pallavicino Giovanni Tedesco, uno che al termine del drammatico 0-4 del “Barbera” contro il Catania, si fa sotto la Curva Nord, faccia a faccia con gli ultras (e già per questo ci vuole cuore se non coraggio ed infatti i compagni gli vanno dietro, come si fa con un leader), alza le braccia e piange senza freni, sillabando parole di scuse e perdono, come fosse stata colpa sua ed invece fu soprattutto colpa del caso, del destino, della sorte; insomma, di tutti e di tutto ma non certo sua, che, subentrato anche lì ad un compagno, giocò alla sua maniera e cioè col cuore, inseguendo tutti i palloni, senza arrendersi mai. Neanche al 90’, quando il risultato è già scritto e scolpito e, con esso, la sconfitta più amara ed umiliante della storia del derby. Ovvero della “Madre di tutte le partite”, in pratica dell’unica partita che i tifosi non vorrebbero mai perdere. A qualunque costo. Ebbene, fu in occasione di quel triste pomeriggio che io ebbi la conferma che tutto il bene che si diceva di Giovanni Tedesco era sacrosanto ma tuttavia non bastava, contemplando solo le sue qualità tecnico-tattiche, insomma quelle del calciatore e non a sufficienza (se non per niente) quelle morali, cioè quelle dell’uomo, ovvero il suo orgoglio rosanero, la sua dignità di palermitano, che, nel momento del bisogno, si addossa colpe non sue pur di tutelare la squadra, roba che compete semmai all’allenatore e non già ad uno qualunque dell’organico e neanche di prima fascia. Così è Giovanni Tedesco, uno cresciuto in un’umile famiglia, tutti innamorati marci del pallone, papà, mamma e tre figli, nell’ordine Salvatore, Giovanni e Massimo, detto Giacomo, per non dire dell’unica sorella, calciatrice anche lei. Tutti hanno imparato a giocare a calcio ai campi Malvagno, gestiti da papà Tedesco, campi di brulla terra battuta, solo a sprazzi verdeggiante d’erba: da lì tutti e tre hanno spiccato il volo nel calcio che conta, magari Salvatore un po’ meno fortunato, eppure sempre legati alla famiglia, sempre legati alla terra ed alla maglia natie. Specialmente Giovanni che, infatti, ha avuto momenti di forte tensione col fratello Giacomo ai tempi dei derby che li vedevano l’un contro l’altro armati. Ma senza mai travalicare certi confini di decoro se non di decenza, rispettosi entrambi dei principi morali loro impartiti dai genitori. Modesti operai della vita eppure impeccabili educatori dei propri figli, pronti ad intervenire al primo segnale d’allarme, quale fu quello immediatamente precedente lo 0-4 del “Barbera”, di seguito alle sulfuree dichiarazioni di Giacomo, che gettavano più di un’ombra sulla limpida, specchiata, adamantina carriera del fratello. Papà Tedesco, senza far proclami, quasi in souplesse, sanò la frattura che si stava creando, gli bastò convocare il lunedì successivo Giacomo e guardarlo negli occhi. Non mi risulta ci siano stati lunghi discorsi, non ce n’è stato mai bisogno tra lui ed i suoi figli. Né tra i figli tra di loro. Salvo eccezioni, dovuti ad un paio di derby. Ma quelli, si sa, escono fuori da ogni regola: e non soltanto per il risultato finale.

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