PENSIERI E PAROLE IN LIBERTA’ Addio a Enzo Bearzot, uomo d’altri tempi come Delio Rossi

PENSIERI E PAROLE IN LIBERTA’ Addio a Enzo Bearzot, uomo d’altri tempi come Delio Rossi

di Benvenuto Caminiti Ero un giovincello quando l’Italia conquistò il Mondiale di Spagna; era l’82 e da nord a sud garrivano a festa le bandiere di un intero popolo impazzito di.

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di Benvenuto Caminiti Ero un giovincello quando l’Italia conquistò il Mondiale di Spagna; era l’82 e da nord a sud garrivano a festa le bandiere di un intero popolo impazzito di gioia. Ero un giovincello e mi buttai per le strade, col mio vessillo in pugno, in mezzo alla folla ad urlare tutto il mio orgoglio di italiano campione del mondo. In giro per le vie di Palermo, nella notte dolcissima e sotto un cielo trapunto di stelle, com’è solo dalle nostre parti, eravamo tutti “compari”, tutti amici per la pelle, tutti fratelli. Niente come il calcio ci affratella, neanche il vino tracannato attorno alla stessa tavola, che pure dà alla testa e fa dimenticare i peccati commessi e, perfino, quelli solo pensati. Ero un giovincello e mi bastava, me ne fregavo perfino del futuro, di quel che avrei potuto essere e non ero e non sarei mai stato: mi bastava il fuoco della mia verde età, quella che rende tutto bello e impossibile. Sì, impossibile e proprio per questo ancora più bello. Ero un giovincello e quando l’arbitro Cohelio fischiò la fine di Italia-Germania io mi fiondai nel balcone di casa mia ed urlai a gola piena una, due, tre volte: “Campioni del Mondo!”, ripetendo le parole di Nando Martellini, che di quel Mondiale fu l’impareggiabile narratore televisivo. Ero un giovincello e di colpo pensai di essere diventato immortale e che niente e nessuno potesse più fermarmi. E tutto questo per merito di una squadra ispirata dal dio del pallone – Eupalla, direbbe ancora il grande Brera – e amorevolmente guidata da un uomo eccezionale, badate bene, dico uomo più che allenatore, che pure sapeva, e come, il fatto suo. Quell’uomo ieri, 21 dicembre (lo stesso giorno di un suo illustre collega,Vittorio Pozzo, che di Mondiali ne vinse due, nel 34 e nel 38, con un’Olimpiade di aggiunta, tanto per gradire e tanto per capire quant’era grande) ci ha lasciato; quell’uomo speciale era Enzo Bearzot, friulano forgiato nel metallo più prezioso di cui può esser fatto un uomo: l’onestà. La sua Italia non era certo partita per la Spagna coi favori del pronostico, tutt’altro: non ci credeva nessuno, semmai era spernacchiata a destra e a manca e lui, il commissario tecnico, perfino insultato e minacciato. Ci fu persino un tecnico, che andava per la maggiore e brillava per la sua lingua tagliente, che in tivvù gliele cantò senza pietà, preconizzandogli una ingloriosa esclusione al primo turno. Poi altri celebrati censori dell’epoca lo torturarono per le scelte fatte, tipo il redivivo (dalla squalifica per il calcio scommesse del 1980) Paolo Rossi al posto di Pruzzo e per quella di Antognoni al posto di Beccalossi. Ma lui non fece una piega e proseguì per la sua strada, salvo infiammarsi di sdegno quando qualcuno buttò lì l’ “infamità” di un’amicizia tutt’altro che virile tra due giocatori azzurri. Guai a toccargli i suoi ragazzi; lui potevano anche crocifiggerlo e lapidarlo ma i giocatori, no: per difenderli era capace anche di isolarli, senza che nessuno potesse più avvicinarli. . Così fu deciso (forse solo da lui, forse dall’intera spedizione) che a mantenere, sia pure al minimo, i rapporti con la stampa fosse Dino Zoff, che era sì il capitano (quindi, diciamo pure, la prima scelta istituzionale) ma anche il meno ciarliero, uno di poche, pochissime parole: insomma, i giornalisti al seguito capirono subito in quali guai si erano cacciati per colpa di una gola profonda che l’aveva sparata grossa. Un clima glaciale, dunque, che non lasciava presagire nulla di buono, puntualmente confermato sin dalle prime partite. Pareggi insulsi e qualificazione alla fase eliminatoria diretta solo per differenza reti e per un 1-1 chiacchieratissimo contro il Camerun. Qui la stampa, rabbiosa per essere stata in pratica messa da parte dalla Nazionale, si scatenò senza freni, dando addosso soprattutto al povero Bearzot. Poi l’improvvisa metamorfosi, la leggendaria partita col Brasile ed infine l’indimenticabile finale con la Germania, battuta ancora una volta dopo la partita delle partite, dopo quel 4-3 ai Mondiali del Messico. A quel punto solo una persona speciale come Bearzot poteva far finta di niente e godersi solo il trionfo, senza rimestare, senza girare per salotti e tivvù a dire. “Avete visto? Che figura avete fatto tutti!”. Solo uno come lui, con un cuore grande così e la sua classe, la sua nobiltà d’animo, poteva dimenticare e perdonare: mai una parola, neanche un cenno e tutti gli altri, quelli che l’avevano sotterrato di critiche ed insulti, ad arrampicarsi sugli specchi, a dire sì, è vero, però; roba da quaquaraquà, scuse patetiche, ridicoli distinguo. Lui li sommerse tutti col suo sovrumano silenzio, come non fossero mai esistiti, come non avessero mai profferito sillaba contro di lui e le sue scelte. Un uomo d’altri tempi? Può darsi. Sicuramente un allenatore d’altri tempi, direi, se non pensassi che ad uno così, ad uno tutto d’un pezzo come Bearzot ed ai suoi lunghi silenzi, eloquenti come fascinosi discorsi, si può accostare il nostro grande Delio Rossi: questi, magari più ciarliero (mica tanto quel che basta ai tempi d’oggi, nel suo mestiere) ma simile se non uguale, spiccicato direi, circa i valori umani che ispirano il suo lavoro e le sue scelte. Di vita e non solo. Di solito un romagnolo (Rossi) non è accostabile come temperamento e filosofia della vita ad un friulano, ma stavolta si può fare, perché Rossi come Bearzot pensa solo a lavorare per la squadra, a gestirla con i metodi del rispetto e della lealtà, non cerca mai alibi e dà a Cesare quel che è di Cesare. Lo fanno in pochi nel calcio d’oggi ma lo faceva in modo insuperabile Bearzot, ai suoi tempi. Che non erano più facili ma solo meno “globalizzati” di quelli attuali: lui sopportò le ingiurie le contumelie prima del Mondiale, Rossi ingoia gli strali intrisi nel curaro del suo presidente e pensa solo a lavorare, a preservare la squadra da tensioni e polemiche; Bearzot uscì da trionfatore da tutte le bassezze piovutegli addosso prima della fase finale dei Mondiali, altrettanto farà Rossi, se solo lo lasceranno lavorare in pace e far, come sempre, di testa sua. Che, fra l’altro, è l’unica maniera che lui conosce di allenare una squadra.

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