PENSIERI E PAROLE IN LIBERTA’:A DIECI ANNI DALLA SCOMPARSA DI RENZO BARBERA, IL RICORDO DEI TIFOSI ROSANERO ALLULTIMO GATTOPARDO.

PENSIERI E PAROLE IN LIBERTA’:A DIECI ANNI DALLA SCOMPARSA DI RENZO BARBERA, IL RICORDO DEI TIFOSI ROSANERO ALLULTIMO GATTOPARDO.

di Benvenuto Caminiti Oggi sono dieci anni che Renzo Barbera ci ha lasciati e stamattina mi sono svegliato con un nodo alla gola, che non riuscivo a mandar giù, finché non mi sono.

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di Benvenuto Caminiti Oggi sono dieci anni che Renzo Barbera ci ha lasciati e stamattina mi sono svegliato con un nodo alla gola, che non riuscivo a mandar giù, finché non mi sono seduto davanti al p.c. per scrivere i miei personali ricordi del “presidentissimo”. All’inizio mi è quasi girata la testa, così impetuosa è stata la fiumana di pensieri e parole che fin lì mi sgorgavano dal cuore, pensieri e parole stracolmi d’affetto, eppure insufficienti per esprimere appieno i sentimenti di gratitudine, di stima e di ammirazione che ho provato per lui. Renzo Barbera era il mio presidente, ovvero il presidente di tutti quelli come me, tifosi intemerati e incrollabili del Palermo e potrei citare dieci, cento aneddoti a riprova di quel che affermo: nessuno amava il Palermo come l’ha amato lui. Nessuno. Né prima né dopo il suo decennato . Arrivò nel ’70 e cedette il passo dieci anni dopo, nell’80, e lo ricordo come fosse ieri che aveva le lacrime agli occhi per la commozione. Ricordo le sue parole di commiato e un augurio ripetuto più volte, fino a sorriderne lui stesso: “Auguro a chi verrà dopo di me di togliermi questo record che, pur prestigioso, mi pesa da troppi anni nella mente e nel cuore: quello di essere l’ultimo presidente rosanero che ha portato la squadra in serie A”. Quei suoi dieci anni, intensi, forti, indimenticabili ci regalarono più gioie che dolori: tra le prime la promozione in A, nel ’71-’72, con De grandi allenatore, Arcoleo e Vanello a centrocampo e Tanino Troja centravanti. E le due finali di Coppa Italia, nel ’74 e nel ’79, perse per un niente contro il Bologna, la prima, e la Juve, la seconda. La prima, soprattutto, grida ancora vendetta per il “modo” in cui la “rapina” venne confezionata dal duo Bulgarelli-Gonella: il primo per aver simulato, giusto al 90’, con il Palermo in vantaggio di un gol, un fallo da rigore e il secondo per averlo concesso, pur trovandosi a tre metri dal fattaccio. Ebbene, quel grande gentiluomo che era Barbera, alla fine, anzi che recriminare come chiunque altro avrebbe atto, abbracciò il presidente felsineo e si congratulò con lui. L’ingiustizia subita dal Palermo fu così palese e grossolana che tutti i giornali l’indomani titolarono: “Il Bologna brinda nella coppa del Palermo”. Ma Barbera fece di più: concesse ai giocatori rosanero il premio-vittoria e spiegò così la sua decisione: “Per me questa è una vittoria e, quindi, i miei giocatori si meritano il premio loro promesso alla vigilia!”. Erano altri tempi, quelli e quello era un altro calcio: allora si giocava solo e sempre per la maglia, tutto il resto, soldi compresi, veniva dopo. E un calcio cosiffatto, ancora romantico e pieno di buoni sentimenti, Barbera lo rappresentava come meglio non sarebbe stato possibile. Pensate: per l’ultima di campionato ’71-’72 contro il Sorrento, da giocare al San Paolo di Napoli per ragioni di sicurezza, visto l’esodo di migliaia di tifosi rosanero, Renzo Barbera fece una cosa che, a giudicarla solo con la testa, mettendo da parte il cuore del tifoso, non stava né in cielo né in terra: praticamente affittò il traghetto Palermo-Napoli pur di far giungere a destinazione i tanti supporter rosa che non si volevano perdere la partita e cingevano d’assedio il molo da cui la nave doveva salpare. Ci furono momenti di forte tensione perché la folla pressava pericolosamente il cordone di agenti che volevano impedire loro di prendere d’assalto la nave. Il comandante al megafono gridò: “La nave non parte se tutti quelli che si sono già imboscati non scendono giù!”. Ma nessuno gli dava ascolto e la situazione quindi non si sbloccava a discapito di quei pochi regolarmente in possesso del biglietto d’imbarco. Finché… Finché, sul molo non si fece spazio una grossa auto blu: “Ma com’è c’a fannu passari? – si chiese qualcuno tra la folla – ma cu è, a machina ri Totò Paliermu?”. L’auto si fermò a due passi dal comandante, che aveva il megafono ancora sulla bocca e ne uscì, trafelato, Renzo Barbera che, dopo avergli sussurrato qualcosa all’orecchio, prese il portafogli e gli mise tra le mani un bel mucchietto di carte da diecimila lire. Poi si fece dare il megafono e disse: “Ragazzi, ho garantito io per voi, possiamo partire!” . Così detto, lasciò l’auto blu al suo autista e si avviò verso la scaletta d’imbarco. Quella traversata non la dimenticherò più campassi cent’anni: la nave era stracarica, ai limiti della … decenza e molti, quasi tutti, la passarono in piedi. Ma non il presidente, perché i suoi tifosi, quelli che avevano regolarmente pagato il biglietto per la cabina, fecero a gara per cederla a lui. Ci fu quasi un duello rusticano tra due tifosi vecchio stampo, che ne fecero quasi una questione d’onore: “No, ‘u presirienti ruormi nna me cabina, picchì ‘u sapi ca iu sugnu pulitu… Tu, ìmbeci, fai puzza!”. E Barbera, che aveva un cuore grande così, li accontentò entrambi e passò metà nottata dall’uno e metà dall’altro. Ma queste erano cose che potevano accadere solo in quei favolosi anni settanta; oggi a Napoli il presidente ci andrebbe per conto suo e col suo jet privato. Gli sono grato perché col suo esempio ha insegnato a me, come a tanta gente ad amare il calcio pulito e a tifare col cuore, sempre e solo col cuore, senza odio né violenza nei confronti dei tifosi avversari. Non fosse stato così non avrebbe mai patrocinato un tifoso come Vicè ‘u pazzu, uno senza arte né parte, senza letture né scritture, eppure, almeno sugli spalti, dotato di un carisma irresistibile. E ve lo dice uno, come il sottoscritto, che gli fece da “cronista personale” per quasi un decennio. E vi garantisce sulla propria parola che, con lui sugli spalti, non ci furono mai né turbolenze, né tafferugli: solo clamore di canti, di inni, di passione. Insomma, di tifo. E non solo alla Favorita ma anche in trasferta, per la quale, senza bisogno di chiederlo, lui riceveva sempre il contributo personale del presidente Barbera: “Tu lo sai – gli diceva prima della partenza – questo è un mio personale pensierino per te e i tuoi picciotti: mi raccomando, tienili a freno perché solo tu ci riesci!”. Ed infatti, con Vicè alla loro testa, i tifosi rosa andavano dovunque e dovunque venivano accolti serenamente. Perfino al “Cibali” di Catania perché anche lì Vicé era sì temuto per la forza di tifo che riusciva a calamitare, ma anche rispettato come un degno avversario. E quando Vicè morì, povero e solo, fu lui, Barbera, ad accollarsi le spese per la tumulazione al cimitero dei Rotoli.

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