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La musica è finita, adesso si balla! Strano il mercato, certo il campionato

di Fabio Giacalone La musica è finita, gli amici se ne vanno…e guarda caso il testo della canzone (portata al successo da Mina e la Vanoni) continua dicendo: ‘che inutile serata,.

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di Fabio Giacalone La musica è finita, gli amici se ne vanno…e guarda caso il testo della canzone (portata al successo da Mina e la Vanoni) continua dicendo: ‘che inutile serata, amore mio, ho aspettato tanto per vederti ma non è servito a niente’. Forse, come a molti di noi capita in particolari frangenti della vita di sentire nella testa l’innestarsi di un motivo che rimarchi le stranezze del destino, così anche ai dirigenti rosanero, ieri sera presenti all’Ata Quark di Milano, sarà scattato il triste refrain di questa canzone, nel momento in cui – scoccate le 19 – il mercato chiudeva i battenti e nelle mani si ritrovavano solo un piccolo ‘Succi’. Di certo, l’attesa alla fine delusa è stata condivisa dai tifosi che, a casa, dai luoghi di lavoro o di vacanza, in auto, per le strade o in qualsiasi altro posto si trovassero, sono rimasti attaccati alle loro radioline o al rutilante aggiornamento minuto per minuto fornito dai siti della rete, sperando di cogliere in finale d’opera un nome capace di infiammare gli entusiasmi. Musica gradita per le sue orecchie avrà di certo sentito Davide Succi, il bomber del Ravenna e giustiziere del Palermo in Coppa Italia che ha centrato il massimo obiettivo auspicabile per la sua carriera: un salto triplo dalla Prima Divisione (la nuova serie C) alla serie A, scalzando nell’ordine (ma nel disordine delle mosse rosanero) nomi del calibro di Suazo, Lucarelli, Borriello, Fred, Nilmar, Crespo. Non è dato sapere, invece, quale motivo abbia riempito ieri l’animo di Rino Foschi. Sarà stato un allegro e baldanzoso twist, intonato alle gioie genoane per i colpi scoppiettanti dell’ultima ora, Milito e Jankovic? Oppure una triste e malinconica ballata, scaturita nel vedere in quali ambasce versavano le sorti di mercato della propria ex squadra? Forse, più semplicemente, si sarà trattato di un classico ‘Romagna mia’, pensando che, dopo un’estate di forti e struggenti emozioni, fosse arrivato il momento di staccare un po’ la spina dal mondo del pallone. Come molti amano dire, il calcio è strano. E la frase dovrebbe continuare: perché strani e spesso imprevedibili, ancorché illogici e irrazionali, sono i comportamenti di chi il calcio lo fa, giocatori, allenatori, dirigenti e presidenti. Ci si illude che anche il pallone sia ormai entrato a pieno titolo nel novero degli affari squisitamente economici, regolati da una fredda e calcolatrice razionalità pratica; si pretende in molti casi che, essendo uno sport e avendo a che fare con le prestazioni fisiologiche del corpo umano, sia assimilabile al resto delle discipline scientifiche dove a determinate cause corrisponde sempre un effetto definito e controllabile. Invece, alla fine, si scopre che non esiste al mondo nulla di più imprevedibile, perché in campo, più che il fisico, conta spesso l’umore degli uomini; e perché nelle sedi amministrative degli affari del pallone conta più la passione e il sentimento che il calcolo e il ragionamento. E mentre ti stai convincendo di questo nuovo assetto, i fatti sono lì pronti a ribaltare il concetto. Così può benissimo succedere che compri un giocatore che per statura, peso e caratteristiche tecniche ti sembra fare al caso tuo, e invece poi scopri che, senza motivazioni adeguate e la giusta dose di convinzione sulla bontà del tuo progetto sportivo, è diventato un soprammobile inutile e ingombrante, in campo e fuori, da vendere il prima possibile. Oppure, ti può capitare che - anche a fronte di un’offerta economica di tutto rispetto - il presidente di una società con cui stai trattando decida all’ultimo istante di non privarsi del suo attaccante principe, della punta di diamante della propria squadra, perché non gli va di vedere indebolito il sogno di una stagione ancora potenzialmente ricca di soddisfazioni (fosse solo quella di un’onorevole salvezza). Come può addirittura succedere che un giocatore pur consapevole di andare incontro ad un’annata di innumerevoli mugugni in panchina, alla fine decida di non abbandonare l’orticello nel quale si ciba lautamente, in cambio di una meno remunerativa glorificazione sportiva. O ancora, che il presidente di una società di calcio sia convinto di poter far funzionare il suo giocattolo alla perfezione manovrando dall’alto ogni singolo ingranaggio, senza accorgersi che - non avendo a che fare con ruote e bulloni, ma con persone e sentimenti - otterrebbe molto di più garantendo autonomia e fornendo ai suoi collaboratori lo spazio vitale nel quale esprimere liberamente la propria professionalità. Fortuna, però, che il calcio è così strano. Basta infatti mettere in pratica pochi ma buoni accorgimenti e pizzicare le corde giuste nel morale delle persone per trasformare una stagione nata male in un’annata di trionfi, o quanto meno di riscatti. Meno male che a un certo punto anche nel calcio terminano i periodi dell’incertezza, i momenti di transizione, i riti di passaggio (primo fra tutti quello del calciomercato) e si può avviare una navigazione stabile. E’ a questo punto che si fa la conta esclusivamente su coloro che sono presenti e si punta a tirarne fuori il meglio possibile. E’ qui che un allenatore è chiamato a forgiare la spina dorsale di una squadra, puntellandola con gli elementi di maggior carisma ed esperienza (Liverani, Miccoli, Migliaccio, Bresciano, Amelia, Carrozzieri). Qui che si decidono schemi e strategie definitivi, con molta umiltà intellettuale e sulla base del materiale umano a disposizione (una rivisitazione dell’asettico 4-3-3, in favore di un più coerente ed equilibrato modulo con due o tre trequartisti sarebbe cosa buona e giusta). Adesso i giovani (Cavani, Dellafiore, Cassani) e le new entry (Kjaer, Nocerino, Lanzafame, Succi) abbiano l’opportunità di lavorare con serenità e affinare giorno dopo giorno il proprio inserimento in rosa ed eventualmente nell’undici titolare. Ora è il momento che si diradi la nebbia, si metta da parte la confusione e ognuno concorra al percorso comune svolgendo esclusivamente il proprio ruolo, senza ingerenze e prevaricazioni ma secondo un collegiale spirito di collaborazione. E’ giunta l’ora che anche chi vive dall’esterno le vicende della società diventi sostegno piuttosto che decremento alle sorti sportive della squadra. Perché questo è il tempo di marciare. Per giudicare ci saranno altri momenti.