Il più bel Palermo dell’era Zamparini All’insegna del calcio totale, come il Milan del Maestro Sacchi

Il più bel Palermo dell’era Zamparini All’insegna del calcio totale, come il Milan del Maestro Sacchi

di Basilio Milatos Palermo-Milan, stadio Barbera, 30novembre 2008: la partita perfetta, si. Anzi no, perché la perfezione nel calcio, come nella vita, non esiste, d’accordo. Però.

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di Basilio Milatos Palermo-Milan, stadio Barbera, 30novembre 2008: la partita perfetta, si. Anzi no, perché la perfezione nel calcio, come nella vita, non esiste, d’accordo. Però il Palermo che ha schiantato il Milan ci va molto ma molto vicino… Dal triplice fischio finale di Rocchi sono passate già molte ore, ma devo confessarlo candidamente: quel senso di incredulità, quasi di… esaltazione presente a caldo, ancora stenta ad attenuarsi. Signori, diciamolo francamente, qui fra di noi, “nell’intimità” del web: neppure il più audace dei sognatori, quello che dorme col pigiama rosanero e il quadretto di Maurizio Zamparini a mò di Santuzza sul muro, avrebbe potuto immaginare tanta grazia. Chi segue il Palermo da tanti anni ne ha viste di cotte e di crude. A dirla tutta, molto spesso con tinte tendenti più al nero che al rosa. Ha visto gli amati colori rosanero compiere anche belle prodezze, specie dal ritorno in A, perché prima, tra serie B e C… beh, meglio lasciar perdere. Una fredda sera di febbraio al Barbera il Palermo di Guidolin “asfaltò” la fortissima Juventus di Capello (e Moggi…) sul piano del gioco ben aldilà dello striminzito 1-0 con cui si concluse la partita; sorte ancora peggiore subì l’Inter di Mancini la stagione seguente, con la panchina dei rosa intanto passata a Del Neri, che alla seconda giornata venne presa “a pallonate” dal Palermo, uscendo alla fine dal campo con una sconfitta per 3-2 che non fotografava affatto l’enorme divario di gioco tra i due contendenti nei 90minuti. Per certi versi, quella partita ricorda questa col Milan, per lo strapotere a tratti esibito dal Palermo nei riguardi dell’avversario; ma quell’Inter era ancora una squadra tutta da costruire, in ogni caso non aveva (e non ha neanche adesso, non me ne vogliano gli interisti) lo stesso blasone e lo stesso palmares del superdecorato Milan, la squadra che ha vinto più coppe al mondo, come suole e ama ricordare il suo patron, nonché presidente del consiglio, Silvio Berlusconi. Ebbene, il “piccolo” Palermo di Ballardini, questo Milan delle stelle lo ha strapazzato in lungo e largo. Mancavano Kakà e Gattuso, vero, ma c’erano pur sempre Ronaldinho, Pirlo, “Mito” Maldini, Zambrotta, Pato, Inzaghi e chi più ne più ne metta. Eppure il Palermo ha pressato il Milan fino ad asfissiarlo, lo ha per larghi tratti costretto a difendersi affannosamente alla stregua di una provinciale, lo ha attaccato per almeno 80 minuti a pieno organico: la fotografia più bella della mentalità di questo Palermo è data dal fatto che, in vantaggio già 2-0 e avendo speso tantissimo sul piano fisico, la squadra continuava ad attaccare anche con Cassani e Balzaretti, cioè coi due terzini che si proponevano a supporto in avanti. Una squadra “normale”, in doppio vantaggio perdipiù contro una grande, avrebbe rinculato all’indietro, magari inserendo un paio di elementi per rinforzare la fase difensiva: questo Palermo no, fino al 3-0 ci ha dentro da matti, ha spinto e giocato senza calcoli. L’entusiasmo, dunque, non è tanto aver vinto contro una grande del calcio mondiale, quanto come si è vinto. Mai come questa volta, probabilmente, il Palermo ha interpretato fino in fondo l’idea di calcio di Davide Ballardini, ancor più di quanto accaduto in precedenza contro Roma e Juve, altri scalpi “nobili” già conquistati dai rosa. Un calcio totale, fatto di pressing continuo, difesa alta e possesso palla, con ritmi altissimi, un calcio modello Olanda anni ’70, un calcio –soprattutto- modello Arrigo Sacchi e Milan prima maniera. Quello –per intenderci- che andava a giocare al Santiago Bernabeu e non faceva vedere la palla ai padroni di casa del Real, quello che vinceva finali di Champion’s 5-0 e dava spettacolo dappertutto. Con quella squadra, Sacchi segnò una svolta epocale nel calcio italiano e internazionale, inventando una mentalità nuova, fatta sì di talento, ma anche di sacrificio, di corsa, di applicazione feroce. “I talenti devono mettersi al servizio della squadra, altrimenti non servono a niente”, soleva dire l’Arrigo di Fusignano. “Nel calcio di oggi bisogna correre”, diceva invece nel dopo partita Davide Ballardini, guarda caso, suo ex allievo. Ci tiene, il tecnico ravennate, ai distinguo con Sacchi: anche ieri, sul parallelo con l’ex maestro, ha ribadito che “gli obiettivi che perseguiamo sono gli stessi, cambia però il metodo di lavoro”. Tuttavia, da quel che si può intuire dopo tre mesi sulla panchina del Palermo, tra ciò che si vede in campo e le sue sintetiche ma significative dichiarazioni, Mister Ballardini sposa molti dei concetti-base della filosofia calcistica di Sacchi: in particolare, l’intensità e la generosità, il ragionare “da squadra”, il pressing continuo, il voler fare la partita sempre e comunque. Tutto questo il Palermo contro il Milan lo ha fatto in modo entusiasmante, in una squadra in cui il collettivo ha funzionato a meraviglia esaltando al contempo anche i singoli. Per esempio, Fabrizio Miccoli, che raramente in carriera aveva mai corso tanto, il movimento ma anche il talento di Edi Cavani, lo straordinario Fabio Simplicio sempre più determinante di quest’anno, il sempre più monumentale Moris Carrozzieri, la “piovra” Marco Amelia che ha parato tutto, le geometrie precise di Fabio Liverani, le discese infinite, ed efficaci, di Cassani e Balzaretti, l’apporto prezioso di Bresciano, Bovo, Nocerino. Tutti hanno giocato una partita straordinaria. Insomma, per una sera l’allievo ha superato il maestro, proprio al cospetto della sua ex squadra, quel Milan di cui Sacchi fu profeta. Lì però c’erano Van Basten e Gullit, Baresi e Maldini (vabbè, lui è Highlander, c’è sempre…), Donadoni e Rikjaard. Ma a volte, per giocare un calcio entusiasmante, basta anche meno, e se il “meno” è questo ce lo teniamo stretto. Poco importa che manchi una punta di peso o un uomo di fascia o chissàchi; se il Palermo prosegue su questa strada, se la squadra trova quella continuità e quella “intensità” che sottolineano presidente e allenatore, se Maurizio Zamparini continua a credere nel progetto tecnico di questo allenatore, lasciandolo lavorare in serenità e restando paziente quando le cose girano meno bene, allora partite come questa sono destinate a ripetersi.

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