Il CALCIO METAFORA DI VITA “Finché va tutto bene sono tutti amici…”

Il CALCIO METAFORA DI VITA “Finché va tutto bene sono tutti amici…”

Una riflessione del giornalista-tifoso Giuseppe DAgostino sul particolare momento che sta attraversando il Palermo pubblicata sul proprio profilo Facebook. Di Giuseppe DAgostino E proprio vero. Il.

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Una riflessione del giornalista-tifoso Giuseppe DAgostino sul particolare momento che sta attraversando il Palermo pubblicata sul proprio profilo Facebook. Di Giuseppe DAgostino E proprio vero. Il calcio, come lo sport, è la metafora della vita. Lo vediamo capitare tante volte. Cera una volta una persona. Una persona bella, solare, intraprendente, simpatica. E anche economicamente ben messa. Quella persona aveva un sacco di amici. Tanti tanti amici che la circondavano di affetto, di attenzioni, e che facevano a gara per sembrare lamico migliore. Il più affezionato. Il più caro. Poi, improvvisamente, un rovescio di fortuna. La persona bella e simpatica lasciò il posto ad unaltra, malinconica, in difficoltà economiche, malata, non più allegra o di compagnia. Sapete cosa successe amici? Fece quello che avrebbero fatto tutti: chiese aiuto. Provò a cercare conforto e appoggio in tutte quelle persone che fino al giorno prima lo cercavano avidamente. Chiamò, telefonò, spiegò che era in difficoltà, che stava male, che le cose non erano più come prima. E – oh cari amici lo immaginereste? – le risposte furono dei cortesi no, delle scuse evasive, dei telefoni spenti, delle spalle voltate. Visto che lui non era più “ricco” e “divertente”, perchè stare ancora con lui? E quella persona rimase sola. Con i suoi problemi e le sue angosce. Improvvisamente sparirono tutti. E accanto a lui restarono solo quei pochissimi che gli volevano bene non per la sua simpatia, per i suoi soldi o per le sue battute, ma perchè gli volevano bene come persona. Gli volevano bene e basta. Sto leggendo e soffrendo molto, in queste settimane. Leggo e mi chiedo come si possa cambiare così, tutto in un colpo. Come si possa mollare qualcuno proprio quando ne ha più bisogno: quando è in grave difficoltà. Come si possa addirittura ironizzare, sfottere, produrre canzoncine strafottenti, fotomontaggi irridenti e poesiole irriverenti. Come si possa ballare davanti al letto di chi sta male, quando fino a poco tempo prima scherzavi con lui. Come si possa ricoprire di insulti chi fino a poco tempo prima veniva osannato. La realtà è questa. Il calcio è come la vita. La nave sta affondando, e come sul Titanic, invece di cercare di salvare la nave. i “topi” si scannano per scappare e salire sullultima scialuppa disponibile. E la colpa è di tutti: del Comandante (il presidente), del timoniere (lallenatore), dellequipaggio (i giocatori) e a volte anche dei marconisti (i giornalisti – colpevoli di non aver detto che cera liceberg!). A ciascuno di loro vengono date colpe e rovesciati insulti, nella perfetta tradizione del “gioco al massacro”, lunico sport in cui alcuni tifosi (molto presunti) sono campioni olimpionici. E Palermo, purtroppo, è una fabbrica di tali campioni. Il Palermo è passato di moda amici miei. Non diverte più. Non “conviene” più. Fa soffrire, e quindi si può buttare lì, nel cestino, come un fazzolettino usato. E la colpa, ovviamente, sarà di chi ci “ha fatto stancare”. Gli eroi sono diventati reprobi. I profeti sono diventati ciarlatani. Il transatlantico un piccolo peschereccio. E lamore è finito, rapidamente come era iniziato. Perchè “non ci si diverte più”. Lamico affascinante e divertente ora è solo un triste rompipalle che chiede aiuto. E che si fa? Invece di aiutarlo gli si dice: “peggio per te, te la sei voluta tu! Crepa”. Il mio Palermo è rimasto solo. E io soffro due volte per lui. In queste settimane, affezionati amici, ho collezionato un bel pò di epiteti sulla mia voluminosa persona. Soprattutto in provato su Facebook, ma anche dal vivo per la strada. In ordine sparso ricordo: “indegno”, “Infame”, “servo”, “lecchino”, “ipocrita”, “giornalaio di merda”. E altri che non voglio ripetere. Tutto questo perchè io, e lo confermo in questo doloroso (ma deciso) scritto, non abbandonerò il mio amico in difficoltà. Non gli volterò mai le spalle. Non tradirò e non dimenticherò i giorni in cui mi ha fatto divertire e star bene. Non abbandonerò la nave, ma affonderò con essa costi quel che costi. E affonderò accanto al Comandante se lui deciderà di non lasciare la nave. Fosse anche patire altri mille insulti. Fosse anche patire 38 sconfitte consecutive. Io personalmente sto diligentemente segnando tutti coloro che stanno fuggendo dalla nave. Perchè la nave affonderà. Ma se per uno strano caso del destino non affondasse e restasse a galla, polverizzerò il sedere a calci a chiunque cercherà di salirci di nuovo. Adesso avete tutto lo spazio sotto questa nota per riempirmi di altri insulti e altre contumelie. Se amare il mio Palermo significa anche questo, sarà ben poca cosa.

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