PRIMO PIANO: PIANETA A, CHI SPRECA PAGA.

PRIMO PIANO: PIANETA A, CHI SPRECA PAGA.

 
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di Leandro Ficarra

Accortezza, senno tattico, furore. Compattezza, cooperazione in fase di non possesso e verticalizzazioni fulminee per punire la supponenza della Sampdoria. Questa la ricetta che Beppe Iachini aveva preparato per Sinisa Mihajlovic, al fine di rendere indigesto il suo esordio stagionale sulla panchina blucerchiata. Puntando su automatismi e parametri tattici corroborati nello scorso torneo, rilanciando la vecchia guardia fedele interprete del suo spartito. Spazio a Sorrentino e Bolzoni, Terzi, Andelkovic, orgoglio ed amor proprio di chi aveva voglia di dimostrare di poter essere utile alla causa anche nella massima serie. Serrare le file ed aspettare la Samp, facendo muro con la retroguardia, completata da Munoz, dei record cadetti, pressando e filtrando in mediana con il trio Barreto,Rigoni, Bolzoni. Blindando le corsie con Pisano ed il redivivo Daprelà in luogo di Lazaar indisponibile. Il piano è chiaro: coprire gli spazi, non smarrire le distanze tra le linee, sradicare la sfera dai piedi di Palombo e soci e verticalizzare all’istante, cercando la transizione per Vazquez o, ancor meglio, innescando la tecnica in velocità di Dybala.

Scelta convinta ed al contempo obbligata, nell’attesa di vagliare valore ed attitudini dei nuovi arrivati ed integrarli nel suo scacchiere. Vantaggio lampo come da trama pregustata, superiorità numerica per più di un tempo, un paio di ghiotte occasioni per il raddoppio, Sorrentino che si sporca i guanti solo per un paio di ordinarie prese basse. Quando il cronometro ha da poco superato il novantesimo, la legge del massimo campionato presenta impietosamente il conto. Basta un dettaglio, una distrazione, una semplice sfumatura. Per far si che la serata della gioia e del riscatto si tramuti in un focolaio di rimpianti e perplessità. Il corner blucerchiato, la sponda di De Silvestri, la marcatura persa da Pisano su Gastaldello che, da un metro, ha tempo e modo per controllare e trafiggere Sorrentino. Leggerezza fatale, che ridisegna come spettri le occasioni sciupate, rivisita come rinunciataria la gestione della ripresa, magnificata come saggia ed ordinata fino a pochi secondi prima. Dipinge smorfie di stizza e veli di delusione sui volti dei protagonisti di fede rosa, in campo e sugli spalti. L’onda emotiva scatenata dal risultato ribalta prospettive e valutazioni, spesso a discapito di equilibrio ed obiettività.

Un errore individuale ha pregiudicato una vittoria che per cuore, disciplina tattica ed abnegazione sarebbe stata meritata. Iachini ha preparato la gara in modo strategicamente corretto.  Nell’unica maniera possibile rispetto alle risorse tecniche attualmente a disposizione. Coprendo il campo in ampiezza e profondità con linee strette e corte. Invitando la Sampdoria nella propria metà campo per scalfire ed infilzare il baricentro del suo 4-3-3. Troppo alto, almeno quanto l’ego calcistico della compagine genovese. Tema ovvio quanto efficace esemplificato nell’azione del vantaggio dopo sette minuti: interdizione sulla propria trequarti, sponda di Vazquez, palla di Barreto alle spalle della linea doriana, Dybala che brucia Regini e fredda Viviano. Nella fattispecie, delizioso il controllo di petto a seguire del Principito, decisivo per prendere posizione sul centrale ex Empoli. Delittuosa la posizione della linea difensiva di Mihajlovic, protesa all’altezza della zona mediana, poco reattiva nell’accorciare, macchinosa nello scappare indietro. Un eccesso di baldanza nella convinzione di poter schiacciare i rosa, che ha assecondato il piano strategico di Iachini esaltando le caratteristiche di Dybala, al quale non è parso vero di sfrecciare attaccando la profondità alle spalle dei legnosi Regini e Gastaldello.

Miglior prestazione di sempre del gioiello di Laguna Larga in maglia rosa. Ha interpretato alla perfezione un gara tatticamente a lui congeniale. Muovendosi da prima punta, attaccando lo spazio in verticale dietro la difesa genovese. Sciorinando giocate sullo stretto di altissima scuola e sforzandosi di allungare la squadra fungendo da dinamico ed ultimo riferimento offensivo. Resistendo alla tentazione di venire tra le linee o svariare troppo per flirtare con la sfera. Partita da prima punta vera, contro la sua attuale natura, e per questo ancor più mirabile sul profilo tattico. Con difese più schiacciate raccolte non troverà stessi spazi e margini di manovra ma ieri è stato perfetto.
Gol del vantaggio, entusiasmo a mille, partita in controllo con letture difensive ordinate e tempestive, diagonali come da manuale, solidità nel gioco aereo. Il pur temibile tridente blucerchiato con Okaka terminale, Sansone ed Eder larghi con licenza di convergere, ha fatto il solletico all’attenta retroguardia rosa. Il Palermo ha avuto il grande torto di non chiudere la gara, suggellando la sua ordinata gestione con il gol del raddoppio. Gestione in cui, pur mantenendosi accorto ed equilibrato, non si è schiacciato all’indietro. Anzi ha pressato ancor più alto la compagine doriana, tenendola lontana dalla propria area, in cerca del break e della verticalizzazione giusta. Le premesse per il raddoppio sono state create e sprecate banalmente. Pisano ha calciato alto da buona posizione, Dybala ha cincischiato un attimo di troppo solo davanti a Viviano, Vazquez, con un errore non da lui ha alzato la mira da pochi metri con il sinistro. Barreto ha sbagliato il dosaggio elementare di un appoggio in una ripartenza quattro contro due.

Non crediamo che Iachini abbia rinunciato a chiudere la gara. Semplicemente il Palermo non ha avuto la forza, la lucidità, la qualità per farlo. Denunciando ancora una volta i suoi limiti di cifra tecnica in fase di rifinitura e finalizzazione che fanno da contraltare alle virtù in termini di organizzazione e spirito. Si  può discutere sull’opportunità delle sostituzioni effettuate. Forse richiamare uno spento e stremato Vazquez, affiancando Belotti ad un ispiratissimo Dybala, avrebbe messo in ambasce la retroguardia genovese. Forse il fosforo di Maresca sarebbe stato più prezioso del nerbo di Ngoyi, per gestire meglio il possesso ed innescare la ripartenza decisiva con i giri giusti. Rigoni non ha convinto, generoso in fase di interdizione, scontato e poco lucido in quella propositiva. L’ex Chievo non è riuscito a dare linearità e tempi alla manovra del Palermo, deve ancora inserirsi appieno, comprensibilmente nei meccanismi collettivi. Forse imbastire un cambio nell’imminenza di un corner può scompaginare il piano di marcature, creando un attimo di confusione fatale. Forse. Riflessioni ed ipotesi pertinenti e legittime. Dettagli che possono fare la differenza ma che senza quella svista finale con relativa beffa, non avrebbero avuto spazio e valenza in sede di analisi. Non abbiamo certezza che un cambio di modulo, il lancio di un trequartista e due punte, nonostante la superiorità numerica, sarebbe stata la soluzione ideale. Con Vazquez sulle gambe e Barreto e Rigoni stremati dalla fatica, poteva costituire un azzardo gratuito per una squadra in vantaggio ed in assoluto controllo con i limiti del Palermo visto ieri. Concettualmente il 3-4-1-2 nella ripresa  era una soluzione logica per una squadra che ha la statura tecnica, il cinismo, la forza di imporre il proprio calcio all’avversario chiudendolo all’angolo e sferrando  il letale colpo del k.o. Non ci sembra il caso del Palermo attuale. Che pur in assetto di contenimento ha creato le sue chances per il raddoppio. Fallendole semplicemente per mancanza di precisione e qualità e pagando puntualmente dazio. Serve ancora qualcosa, sugli esterni, in mezzo al campo e davanti, per completare il mosaico a disposizione di Iachini ed accrescere il tasso tecnico di questo gruppo. L’esordio di ieri ha lanciato messaggi precisi in chiave mercato. Adesso tocca alla dirigenza rosa coglierli in queste ultime ore di trattative.

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