Lecce, Di Matteo: “Liverani? Il migliore dopo Pirlo. Non sa perdere, quando al Palermo veniva sconfitto…”

Lecce, Di Matteo: “Liverani? Il migliore dopo Pirlo. Non sa perdere, quando al Palermo veniva sconfitto…”

Luca Di Matteo, terzino del Lecce, si è espresso a proposito del rapporto con il suo tecnico ed ex compagno di squadra al Palermo Fabio Liverani.

di Mediagol22

Luca Di Matteo, terzino del Lecce che ha vestito durante la sua carriera la maglia del Palermo, ha raccontato ai microfoni di ‘Gianlucadimarzio.com’ la sua esperienza all’interno del club di Viale del Fante ed in particolare si è espresso a proposito del rapporto con Fabio Liverani, ai tempi capitano della compagine rosanero e ad oggi tecnico dei Salentini, che militano in Serie C e che attualmente si trovano in testa alla classifica.

Per puntare alla promozione in Serie B, sarà fondamentale non mollare fino all’ultimo. Vincere domenica prossima ci permetterebbe di portarci a +10 sul Catania, che è seconda in classifica. Tuttavia, fino a quando l’aritmetica non sarà dalla nostra, non ci metteremo l’anima in pace. Certo, quando scendiamo in campo con il giusto atteggiamento, non ce n’è per nessuno. Il nostro allenatore è ambiziosissimo, non ne vuole perdere una. All’inizio della mia carriera, dopo la prima esperienza con i professionisti a Pescara, mi trasferii a Palermo nella stagione 2008-2009. Anche a Palermo Liverani era un martello pneumatico. In campo non smetteva mai di parlare, dava indicazioni a tutti, sembrava fosse in grado di muovere lui i nostri compagni. E soprattutto, non sapeva perdere. Non lo accettava, era una cosa che non gli andava giù neppure nelle partitelle in allenamento. Quando la sua squadra usciva sconfitta, nello spogliatoio non gli si poteva rivolgere la parola.
Nel Palermo, i primi tempi, fui provato anche come mezzala sinistra nel centrocampo a tre. Liverani faceva il centrale, per me è il migliore italiano in quel ruolo dopo Pirlo. Certe volte ero alle sue spalle e, da un momento all’altro, mi trovavo il pallone tra i piedi. Mi chiedevo come facesse a sapere che ero proprio lì…”

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