FOCUS: IL GALLO ANCORA NON BALLA IL TANGO

FOCUS: IL GALLO ANCORA NON BALLA IL TANGO

di Leandro Ficarra
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di Leandro Ficarra

Un calcio alla paura, una mano, anzi due, a Beppe Iachini. La pedata salvifica l’ha scagliata Luca Rigoni. Un collo esterno destro in precario equilibrio, quasi in spaccata, in cui l’ex clivense ha trovato armonia e precisione chirurgica nell’esecuzione del gesto tecnico. Doti spesso smarrite nei meandri della sua gladiatoria ma a tratti confusa performance, coniugate perfettamente in una sola giocata. Decisiva e vincente. Le mani aperte a sventare il destro di Paloschi, intriso di veleno, sono quelle di Stefano Sorrentino. Ad una manciata di secondi dal termine, blindano vittoria e panchina del tecnico. Reattive, sicure ed idealmente protese verso il buon Beppe. Rigoni e Sorrentino, due pezzi importanti della recente storia del Chievo, firmano la pesante vittoria del Palermo proprio sulla compagine veronese. Piccolo risvolto romanzesco di un significativo snodo nella corsa salvezza, calcisticamente tutt’altro che memorabile.
Palermo e Chievo hanno dato vita al classico prototipo di scontro diretto per la sopravvivenza in categoria.

Match tattico, intenso, spigoloso, arido di contenuti tecnici e di temi corali qualitativamente rilevanti.
Densità, equilibrio, vis agonistica. Corsa, pressing, tanti tackles, altrettanti errori. Di misura, balistici e di concetto. Una contesa intensa, maschia, per certi versi spigolosa. Circoscritta perlopiù alla zona nevralgica del campo. Recinto ideale in cui raramente raziocinio, tecnica e linearità riuscivano a squarciare la coltre d’impeto e  cieco furore.

Palermo- Chievo è stata tutta qui. Gara onestamente bruttina. Sfida giocata sul filo della determinazione, del carattere, dell’attenzione al particolare, al dettaglio tattico. Decisa fondamentalmente da un episodio, una giocata estemporanea in grado di spezzare l’equilibrio ed indirizzare l’epilogo. In ragione dell’importanza della posta in palio e del momento delle due squadre non poteva essere diversamente.

Ha vinto il Palermo perché in fondo ci ha creduto di più. Specie nella ripresa, quando dopo venti minuti di forcing caotico ma serrato non si è arreso alla sorte ed ai propri limiti. Alle parate di Bardi, alla traversa che ha detto no a Dybala, al direttore di gara che, di concerto con i suoi assistenti, invalidava l’illusorio vantaggio con un provvedimento a dir poco creativo. La squadra di Iachini non ha mai smesso di spingere e di provarci. A modo suo, con la voglia, i muscoli, i nervi. Non facendosi scalfire neanche dall’oggettiva bruttezza del calcio mostrato ieri sera. Piatto, caotico, tecnicamente povero. Un Palermo involuto sul piano della coralità e della fluidità della manovra. Trame slegate da vizi di pensiero ed esecuzione, sorrette dagli strappi di estro e talento di Vazquez e Dybala, accese, di tanto in tanto, da qualche accelerazione di Belotti.

Non era esercizio semplice perforare il fortino di Maran. Il Chievo si raccoglieva con perizia riducendo al minimo interspazi tra le linee e concetto di profondità nel suo 4-2-3-1 che diveniva 4-4-1-1 in fase di non possesso. Ma il Palermo visto ieri ha vissuto solo di fiammate individuali non riuscendo quasi mai a tessere uno sviluppo codificato ed organico che coinvolgesse più effettivi offrendo più opzioni di giocata. Poche le sovrapposizioni felicemente chiuse sulle corsie, se si eccettuano un paio di spunti di Morganella, modesto l’apporto degli intermedi sia in fase di cucitura che di inserimento offensivo. Troppe volte il tema dominante è Vazquez e Dybala contro tutti.

Nelle serpentine e nei duetti tra i due talenti argentini pulsa l’intera fase propositiva della squadra. Costruzione, rifinitura e , spesso, finalizzazione. Seppur portatori sani di classe, tecnica sublime e fine genio calcistico, si rischia davvero di pretendere troppo dai due gioielli sudamericani. Sovraccaricandoli sul piano fisico e psicologico a discapito di brillantezza e lucidità in fase conclusiva. Nei limiti del possibile, relativamente a peculiarità e valore dei singoli, Iachini dovrà lavorare alla ricerca di tracce propositive più organiche, movimenti e sincronismi che riescano a portare più uomini ad attaccare la porta avversaria. Mettendo nelle condizioni Belotti di poter incidere esaltando le sue straordinarie doti di finalizzatore.

Anche contro il Chievo il gallo è rimasto spesso avulso della manovra, lottando con piglio encomiabile tra i centrali veronesi, coprendo ed inseguendo palloni sporchi, prendendo calci e guadagnando preziose punizioni. Si sbatte e lavora tantissimo per la squadra che non riesce a fare altrettanto per lui. Dalle corsie non arrivano quasi mai cross con il tempo ed i giri giusti. Ieri le traiettorie più tese e sapientemente calibrate dall’esterno le ha scoccate Vazquez, di passaggio sul binario mancino in uno dei suoi slalom giganti. Non è lecito attendersi dal trio di mediani rosa illuminanti verticalizzazioni che possano scatenare l’attitudine del gioiello bergamasco ad attaccare la profondità. Dybala e Vazquez amano fraseggiare sul corto, volteggiare sullo stretto. Belotti è un terminale che macina un calcio diverso. Fatto di forza, gamba, potenza. Risolutezza e progressioni dritto per dritto. Meno poetico, più essenziale. Finalizzatore vecchio stampo, rapace e senza fronzoli. La difformità di concezione calcistica tra il talento di Calcinate ed il tandem argentino si evince già dallo stile di corsa, dall’approccio alla sfera. Dinoccolato e quasi indolente l’incedere dei due argentini, che la sfera la pettinano, l’accarezzano, seducendola con mille morbidi tocchi, sapienti e compiaciuti. Poderosa, fiera e bruciante l’andatura del gallo, che col pallone non ci flirta, lo aggredisce, lo attacca ferocemente, con la voracità del predestinato.

I tre, così talentuosi, così diversi, sono i giocatori di maggior tasso tecnico di cui dispone Iachini in rosa. In campo dialogano poco e male. Un tridente finto che di fatto tale non è. Anche ieri Vazquez ha interpretato il ruolo di mezzala sinistra nel 3-5-2. Svariando più sull’esterno che tra le linee, così come Dybala. Abbassandosi spesso per recuperare una sfera che difficilmente arriva, isolando inevitabilmente il bomber ex Albinoleffe. Fondere la capacità creativa dei due argentini con la concretezza realizzativa di Belotti, elementi potenzialmente complementari, potrebbe essere la chiave per un salto di qualità notevole della fase offensiva rosanero. Ad oggi il Palermo non riesce ad integrare adeguatamente Belotti nello sviluppo della sue trame di gioco né a valorizzarne le qualità di terminale. Una squadra di caratura tecnica mediocre non può permettersi di utilizzare il centravanti della nazionale under 21 semplicemente come apriscatole dei bunker difensivi avversari. Siamo certi che Iachini ne è consapevole e sta lavorando alacremente alla ricerca di soluzioni efficaci anche in questo senso. Compito, non ci stancheremo mai di rammentarlo, non semplice visto che il mantenimento degli equilibri tattici è presupposto imprescindibile per una squadra fondamentalmente povera di individualità di rilievo.

Fatte queste considerazioni tattiche, incassiamo con gioia tre punti preziosissimi. Contro il Chievo contava solo vincere. Per la classifica, per il morale, per il momento psicologicamente delicato. Lo spirito indomito, la voglia di lottare e di continuare a crederci sempre ha premiato un gruppo sano, coeso ed in simbiosi con il suo tecnico. L’abbraccio sentito  a Iachini dopo il gol è un ‘istantanea di straordinaria eloquenza. Sgradevolissima la reazione di Vazquez al momento del cambio. Quella maglia gettata per terra è un’intemperanza fuori luogo verso il pubblico che lo ama, il club che gli garantisce stipendio e ribalta, il tecnico che ha creduto in lui, i compagni tutti. In trance agonistica il tilt nervoso è comprensibile, il cattivo gusto del gesto deprecabile. Con buon senso, fermezza ed equilibrio starà a Iachini ed al club stabilire un provvedimento disciplinare interno congruo nei confronti del professionista Vazquez. Nessuno meglio del tecnico, che ne conosce peso e profumo, potrà spiegargli per bene la tradizione radicata e la storia gloriosa della maglia che indossa. Il Mudo è un bravo ragazzo, la tensione del momento gli ha giocato un brutto scherzo. Umana debolezza sfociata in uno sgradevole eccesso. Episodio che non va demonizzato o ingigantito ma certamente stigmatizzato a tutela dell’armonia in seno ad un gruppo che deve remare dalla stessa parte oltre ogni personalismo.

Limiti e criticità persistono. Munoz e Gonzalez sembrano aver apportato personalità e spessore al centro della difesa. Morganella per brillantezza e qualità, con i ben noti limiti, si fa preferire a Pisano. Lazaar, lodevole una sua rincorsa a sventare un contropiede veronese, non brilla, lacunoso in copertura, fumoso ed un po’ ostinato in sede propulsiva. In mezzo manca fosforo, qualità, cambio di passo. Storia vecchia. Iachini può trovare qualche antidoto in panchina. Emerson, Chochev e Quaison si stanno inserendo pian piano. Senza dimenticare che c’è sempre un certo Enzo Maresca, che atleticamente non sarà un fulmine di guerra, ma ha piedi e sapienza calcistica senza eguali nel reparto.

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