FOCUS: FILM CHE MERITA UN FINALE DIVERSO

FOCUS: FILM CHE MERITA UN FINALE DIVERSO

di Leandro Ficarra
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di Leandro Ficarra

La spina, forse, è stata riattaccata. Il voltaggio purtroppo non è ancora quello ideale. La sosta ha restituito un Palermo certamente più vivo, propositivo, presente. La sfida contro il Milan ha portato in dote sensibili progressi rispetto alle versioni desolatamente soporifere delle ultime uscite. Purtroppo alla voce punti, il piatto piange ancora. Solo due quelli conquistati nelle ultime sei gare. Una sequenza sconfortante, che rischia di ingrigire una stagione che poteva oggettivamente definirsi fulgida appena qualche settimana addietro. La classifica, pur permanendo serena, sta assumendo inopinatamente i contorni dell’anonimato. La vittoria manca ormai dalla scintillante performance al “Barbera” contro il Napoli. Il Palermo schiantò la più quotata compagine di Benitez sfoderando una prestazione eccellente per intensità, compattezza, e qualità. Sono trascorsi quasi due mesi da quella serata entusiasmante. Sembra un secolo fa.

Un Milan ordinato ed applicato ma tutt’altro che trascendentale ha portato via tre punti dal “Barbera” quasi incredulo di fronte a tanta grazia. Volitiva e generosa la squadra di Iachini. Sciagurata, masochista e poco lucida nei momenti topici del match. Ha divorato con Vazquez il gol del vantaggio e spaventato Lopez con le percussioni ficcanti dell’ottimo Quaison, al culmine di un primo tempo ben giocato. Interpretato con personalità e buon ritmo, marcando una supremazia espressa con trame lodevoli per fluidità e senso geometrico. Ha menato le danze, condotto la gara, sprecato,  omaggiato due reti ai rossoneri, frutto di altrettante topiche difensive. Ruminando rimpianti e frustrazione alla lettura del tabellino.

Errori letali, di matrice tecnica ed a tratti di lettura. Sorrentino non è stato impeccabile nell’attaccare la sfera su cross basso di Van Ginkel. La sorte non ha certo sorriso al portierone rosa nel conseguente impatto con Cerci, che, ruzzolando sul manto erboso, ha depositato la palla in rete, forse con il braccio, quasi senza accorgersene. Una volta raggiunto il pari grazie alla caparbietà del subentrante Belotti, abile a procurarsi un penalty sacrosanto, trasformato da Dybala, altro, decisivo, pasticcio. Malinteso nella gestione di una palla semplice nella propria metà campo, con Rigoni, Gonzalez e Vitiello statici, l’uno in attesa della mossa dell’altro. Tra i tre litiganti gode Menez che, percepito il disagio, ruba la sfera ed innesta il turbo.
Nella fattispecie la squadra era particolarmente lunga ed oltremodo protesa in avanti. Circostanza figlia di un eccesso di generosità alla ricerca del vantaggio, unitamente ad una non perfetta padronanza degli automatismi difensivi legati al 4-3-2-1 poi divenuto 4-3-1-2. A corto di convincenti tracce corali, Inzaghi aveva due sole frecce da scoccare. Gli strappi a campo aperto di Cerci e Menez. Il Palermo ha esposto troppo spesso il fianco, finendo per essere trafitto.

Operoso e razionale in costruzione, il Palermo ha cercato quell’ampiezza nello sviluppo del gioco mancata nelle scorse settimane. Lazaar e Rispoli sono stati molto sollecitati ma altrettanto imprecisi nel dosaggio e nell’esecuzione del cross. Entrambi spesso costretti a diagonali oceaniche e recuperi prodigiosi, hanno manifestato un certo disagio nel trovare il giusto equilibrio tra le due fasi, mal conciliando spinta e copertura.

Dybala è parso tonico e voglioso al punto giusto ma non ha trovato nel gemello Vazquez l’ausilio dei giorni migliori. L’ex Belgrano era in modalità blocco creativo: ha trotterellato con incedere accademico, ostinandosi alla ricerca del ricamo. Fumoso e poco ispirato, non ha impattato la gara con la giusta cattiveria. L’errore marchiano sotto porta è la perfetta istantanea del suo match. Forse prosciugato sul piano fisico e nervoso dalla sua prima settimana azzurra.

Con soli due centrali alle spalle, Rigoni si è mostrato molto dedito alla schermatura del reparto e meno lucido in inserimento, ma resta encomiabile in termini di abnegazione e sagacia tattica. Jajalo lotta, cuce il gioco, ma non conferisce grossi impulsi in verticale alla manovra.
Quaison, per intraprendenza, esuberanza atletica, qualità nelle giocate, è piaciuto molto.

Su Barreto non possiamo che ripeterci. L’aria per lui al “Barbera” è diventata irrespirabile. Le sue prestazioni sono sensibilmente inficiate da una condizione psicologica e motivazionale non idonea. Al netto dell’indubbia professionalità e della liceità di poter decidere cosa è meglio per il suo futuro, il ragazzo avrebbe fatto bene a gestire mediaticamente in maniera diversa la sua presa di posizione. Chiarendo pubblicamente i criteri e le ragioni che lo hanno indotto a compiere una determinata scelta. Manifestando inequivocabilmente rispetto, riconoscenza e gratitudine verso il club e la piazza che ha rappresentato in questi anni, indossando anche la fascia di capitano. Non lesinando mai sudore e impegno, sia chiaro, contribuendo in maniera significativa, con un notevole apporto sul piano agonistico e tattico, al conseguimento dei successi recenti. Il suo silenzio sulla vicenda non è stata una scelta strategicamente felice. Ha inevitabilmente inasprito il clima attorno a lui acuendo la delusione del pubblico. Creando un alone di esasperante ed indecifrabile mistero, issando un muro di incomunicabilità che ha alimentato, suo malgrado, ancestrali illazioni ad ogni infortunio, ad ogni passaggio sbagliato, ad ogni tackle perduto, ad ogni cartellino giallo. Esternare a cuore aperto le proprie ragioni avrebbe probabilmente contribuito a dipanare il distacco con modalità meno sgradevoli. Non avrebbe magari lenito il disappunto e l’amarezza della tifoseria, ma, in quanto atto di schiettezza e trasparenza, poteva far sì che parte del pubblico metabolizzasse la vicenda in modo più sereno e razionale. Iachini ha tutto il diritto di compiere le sue scelte scevro da qualsiasi condizionamento esterno, ma l’attuale rendimento di Barreto, infortunio a parte, non sembra legittimarne il ruolo di titolare inamovibile.

Chochev, seppur discretamente dotato sotto il profilo tecnico e balistico, denota ancora un certo deficit di dinamismo e personalità. Quest’ultimo scorcio di stagione potrebbe essere un’occasione importante per testarne i margini di crescita. Stessa logica ovviamente anche per Belotti e Quaison, potenziali protagonisti nel Palermo del futuro.
I giovani gioielli della primavera, Bentivegna e La Gumina, hanno esordito nella massima serie, seppur per micro scampoli di partita. Sarebbe interessante, una volta acquisito anche il conforto della matematica, saggiarne stoffa e personalità per una porzione di gara più consistente da qui al termine della stagione.

Calo fisiologico, infortuni in serie, sindrome da rinnovo, stress da mercato, cattiva sorte. Sono molteplici i fattori alla base di questa mini crisi. Sarebbe un peccato opacizzare con un finale così mesto un’annata in cui la squadra ha espresso importanti valori tattici, tecnici e morali regalando picchi di ottimo calcio. Guarniti da una preziosa collezione di fregi balistici di alto lignaggio, rigorosamente in salsa argentina.  Nonostante i limiti strutturali e le perplessità diffuse sull’effettiva conformità dell’organico al perseguimento dell’obiettivo.

A Iachini ed ai suoi uomini il compito di riannodare i fili della tensione. Nove partite non sono poche.
Finire bene la stagione in corso creando interessanti presupposti per la successiva. Missione non semplice ma è doveroso provarci. Nel rispetto della passione di tutti coloro che siedono ancora al “Barbera” ed al fine di onorare il lavoro di un tecnico che, avrà commesso anche qualche errore, ma  detiene l’innegabile merito di aver conferito identità ed un impianto di gioco credibile a questo gruppo valorizzando al meglio potenzialità ed attitudini dei singoli.

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