FOCUS: DALLA TESTA AI PIEDI

FOCUS: DALLA TESTA AI PIEDI

di Leandro Ficarra
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di Leandro Ficarra

Uno stop fastidioso. Indolore in termini di classifica ed obiettivi. Seccante per le modalità con le quali è maturato. Palermo abulico, supponente, a tratti lezioso. La compagine di Iachini si è spalmata inerme sul manto del “Tardini” uniformandosi agli standard di mediocrità espressi dal match. Uno svagato elogio della sufficienza punito dal sigillo di un ex, Antonio Nocerino, che in quel destro dagli undici metri ha condensato attaccamento al presente e rispetto per il suo passato.

Il risultato è un dettaglio marginale. Poteva starci il pari, ha vinto il Parma. In virtù di una maggiore dose di determinazione, attenzione, voglia. Il tritacarne societario, mix di disagi e mortificazioni, con relativo shake psicologico, non ha sezionato professionalità e cuore dei calciatori ducali. L’ultimo mese degli uomini di Donadoni è un lodevole trailer didattico che esplica il concetto di motivazione. Straordinaria capacità di ricercare ed autoprodurre stimoli ed obiettivi, individuali e collettivi, pur in assenza di reali chances di perseguire un traguardo. In condizioni di relativa precarietà con una rosa depotenziata e raccogliticcia. Fatta di indomiti mestieranti , buoni interpreti in cerca di riscatto, un paio di diamanti grezzi che sgobbano in attesa di brillare. Campioni di dignità, che spostano l’obiettivo, se possibile alzano l’asticella, valicando i confini del freddo riscontro numerico a tutela della storia di un club e della propria statura di uomini, ancor prima che atleti. Chapeau.

L’atmosfera ovattata ed i ritmi esasperatamente lenti della contesa hanno atrofizzato mente e nervi della formazione rosanero. Un paio di concessioni al turn over, Ujkani in luogo di Sorrentino e Bolzoni a fare le veci di Rigoni, non bastano di certo a spiegare la performance da minimo sindacale offerta in terra emiliana.
Non vi sono infatti specifiche causali di matrice tecnica o tattica alla base dell’insuccesso. Il vizio è da ricercare nell’aspetto squisitamente mentale e motivazionale. L’obiettivo pleonastico dei cinquanta punti costituisce un’autocertificazione che vidimerebbe la qualità del campionato disputato dai rosa in questa stagione.

Tuttavia, a salvezza ampiamente raggiunta e nell’acclarata impossibilità di ambire oltre, non incendia l’animo dei calciatori. I quali, intendiamoci, tengono visceralmente a concludere la stagione nel miglior modo possibile. Ciò nonostante, in assenza di traguardi allettanti e reali, non sempre a livello inconscio si trovano, pur ricercandole, le alchimie giuste.

Così accade che all’imbrunire dell’annata perdi delle gare quasi senza rendertene conto. Confezionando in pochi minuti una demo di quelle storture che hanno demarcato i limiti di una stagione comunque eccellente in rapporto alla qualità complessiva dell’organico. Mancanza di cinismo, cattiveria sportiva, ritmo, intensità. Veemenza agonistica ed ardore motivazionale. Fattori basilari che fanno la differenza, indirizzando qualità ed incisività nell’esecuzione delle due fasi e delle singole giocate. Componenti che hanno fatto la fortuna e tratteggiando il volto di questa squadra nelle giornate migliori. In assenza delle quali, il suo volto risulta greve e sbiadito come nel pomeriggio del “Tardini” che ha ricordato molto, troppo, i pomeriggi del “Manuzzi” e del “Bentegodi”. Ogni  prestazione ha la sua genesi nell’approccio mentale e nervoso che ne determina ineluttabilmente intensità e livello sul piano fisico e tecnico. Le gare si vincono e si perdono dalla testa ai piedi.

Stecca che arriva dopo gli acuti convincenti contro Udinese e Genoa. Ordinaria amministrazione a questo punto della stagione. Nulla di grave, per carità. Comunque un limite su cui lavorare. Al netto dell’aspetto tecnico, il salto di qualità di un gruppo passa anche, se non soprattutto, dalla capacità di mantenere concentrazione ed intensità massimale a prescindere dal momento storico e dall’avversario, provando a limitare al minimo i cali di tensione. Fisiologicamente non potrai mai eliminarli del tutto ma bisogna lavorare per combatterli e gestirli al meglio. Iachini da questo punto di vista è senza dubbio una garanzia.

Sul match in sé c’è poco da dire. Il Parma è stato scolastico e disciplinato. Ha messo sul campo più cattiveria e determinazione rispetto all’avversario. Corto, aggressivo, coeso e applicato. Ha tolto profondità ai rosa, spingendo molto sugli esterni ed appoggiandosi sul generoso lavoro di sponda di Coda e Ghezzal.

Troppo molle il Palermo per scompaginare le linee ducali. Senza nerbo ed intensità sia nell’applicazione del pressing che nella circolazione della sfera. Maresca e Bolzoni hanno fatto rimpiangere gli assenti. Lontanissimo dalla migliore condizione l’ex Siviglia. Insolitamente timido ed impreciso nella distribuzione della manovra. Generoso ma arruffone l’ex Siena, comprensibilmente arrugginito da tanta panchina. Senza Jajalo e Rigoni in mediana la manovra si è un po’ appiattita smarrendo ritmo e capacità di inserimento.

Rispoli, forse in preda alla sindrome da ex, ha sbagliato partita. Fuori misura tutti i suoi cross che vanificavano sovrapposizioni anche portate coi tempi giusti. Ingenuo quanto netto il fallo da rigore su Gobbi, perso sul movimento e seguito con colpevole ritardo. Giornata storta, capita.

Meglio ha fatto Lazaar che pare in ottima condizione atletica ma ha macchiato la sua gara con un errore banale solo davanti a Mirante. Bastano cinque minuti di calcio al Palermo per collezionare quattro palle gol. Nella parte finale della prima frazione. Manco a dirlo, la luce l’accende il “Mudo”. Tre imbucate in verticale. Sopraffini lampi nel grigiore di geometrie ristagnanti e sterili. Tre tappeti rossi stesi sull’incedere di Chochev, due volte, e Lazaar. Altrettanti incredibili sprechi tra indugi e conclusioni abbozzate o centrali. Vazquez,  prima sfiora il pari con uno splendido sinistro volante, quindi cala il poker di assist nella ripresa, dopo un delizioso sombrero in mezzo al campo. Beneficiario dell’invito il subentrante Belotti che calcia forte col sinistro trovando pronto Mirante. L’ingresso del “Gallo” come quello, forse tardivo di Quaison, non mutano la sostanza.

Il lancio di Bentivegna nel finale stuzzica ed incuriosisce. Un paio di spunti di talento e buona personalità. Spezzone di gara esiguo che esula da ogni sorta di giudizio o impressione. Ci piacerebbe rivederlo spesso da qui alla fine per sondare lo stato del suo talento. Ujkani ha svolto correttamente l’ordinaria amministrazione. Stessa cosa dicasi per la linea difensiva. Dybala ha sparso qualche briciola di talento pur senza brillare al cospetto di un attento Roberto Mancini in tribuna. Non c’è molto tempo per metabolizzare lo schiaffo.

Mercoledì al “Barbera” arriverà il Toro ancora in trance agonistica da derby. Speriamo sia contagiosa.

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