SFIDA A ZEMAN, IL PIÙ AMATO DEI PERDENTIIL BOEMO È DAVVERO UN MAESTRO DI CALCIO?

SFIDA A ZEMAN, IL PIÙ AMATO DEI PERDENTIIL BOEMO È DAVVERO UN MAESTRO DI CALCIO?

Di Francesco Caruana Nel mondo del calcio, tanti allenatori sono stati insigniti, più o meno a ragione, del prestigioso appellativo di “Maestro”. Zdenek Zeman fa parte della (nutrita) schiera.

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Di Francesco Caruana Nel mondo del calcio, tanti allenatori sono stati insigniti, più o meno a ragione, del prestigioso appellativo di “Maestro”. Zdenek Zeman fa parte della (nutrita) schiera di chi “Maestro” è stato chiamato senza probabilmente averne pieno diritto. La questione sui meriti del boemo è di quelle che spaccano l’Italia pallonara in due fazioni rigidamente contrapposte, andando a legarsi indissolubilmente con i discorsi riguardanti i cosiddetti poteri forti delle big, e in particolare della Juventus, la squadra più amata e allo stesso tempo più odiata del Paese. Quella che si prova a presentare qui è un’analisi quanto più possibile legata ai fatti e non alle opinioni. Non un giudizio basato su idee, più o meno condivisibili ma non verificabili e quindi senza riscontro oggettivo nella realtà, ma su dati oggettivi e quindi, senza per ciò voler essere presuntuosi, incontrovertibili. Nel calcio come in tutti gli altri sport, è quasi superfluo sottolinearlo, l’obiettivo è vincere. Sconfiggere l’avversario. Portare a casa i 3 punti o, nelle competizioni ad eliminazione diretta, qualificarsi alla fase successiva. Vincere sta alla base del calcio e delle sue regole, è innegabile. Per farlo ci sono tanti modi, ma due in particolare si distinguono, costituendo gli estremi della scala: per intendersi, senza voler ricorrere a lezioni di tattica, il “catenaccio” e il “calcio-spettacolo”, o “calcio-champagne” per i cultori dell’esterofilia. Ma l’obiettivo primario, lo ripetiamo, è vincere. Se maestro, secondo la definizione del “Vocabolario Treccani”, è chi conosce pienamente una qualche disciplina così da possederla e da poterla insegnare agli altri, può considerarsi degno di tale appellativo Zdenek Zeman? La risposta, lo dicono i fatti, è no. E la spiegazione è presto detta. Un “Maestro” di calcio non può ignorare la regola su cui si fonda questo sport: la vittoria. Nel calcio non si può prescindere da essa: resta nella storia chi i risultati li fa, chi riempie il palmarès suo e delle sue squadre di titoli. La gloria è di chi vince, non di chi ci prova ma non ci riesce. È una verità forse dura da accettare, ma incontrovertibile. Certo, nei campionati e nelle Coppe di primo posto ce n’è uno solo, e quindi sono numericamente di più quelli che perdono che quelli che vincono. Ma vincere non vuol dire solo arrivare al primo posto: le squadre concorrono per obiettivi diversi e anche una qualificazione in Champions League o una salvezza che sembrava insperata possono, anzi devono, essere considerate grandi vittorie. Il fatto è che, osservando la carriera di Zeman, di vittorie se ne trovano veramente pochine. Di primi posti, se si eccettuano quello in Serie C2 con il Licata nella stagione 1984/85 e quelli in Serie B con il Foggia nel 1990/91 e con il Pescara nel 2011/12, neanche a parlarne. E dire che il boemo non ha certo allenato solo squadre di seconda fascia: oltre a Lazio e Roma, ricordiamo le poco felici avventure nel 1999 in Turchia con il Fenerbahce e nel 2008 in Serbia con la Stella Rossa, i club più titolati nelle rispettive nazioni. In entrambe le occasioni, l’esperienza del boemo terminò dopo pochi mesi a causa degli scarsi risultati ottenuti: lo storico club di Belgrado, addirittura ultimo al momento dell’addio di Zeman, riuscì poi a risalire fino al terzo posto. “Talvolta i perdenti hanno insegnato più dei vincenti”. Su questo, non ci sentiamo di dare torto a Zeman. In provincia, pur non riuscendo sempre a centrare gli obiettivi prefissati, il boemo ha fatto divertire i suoi ragazzi e i tifosi grazie allo spumeggiante 4-3-3, vero e proprio marchio di fabbrica, e ha formato tanti talenti poi esplosi ad alti livelli: dal trio delle meraviglie Signori-Baiano-Rambaudi del “Foggia dei miracoli” a Nesta alla Lazio, da Nocerino all’Avellino a Vucinic e Bojinov al Lecce, per finire a Insigne, a Foggia prima e a Pescara poi, Verratti e Immobile. Ma, per trattarsi di un “Maestro”, i sette esoneri con Foggia, Parma, Lazio, Roma, Napoli, Salernitana e Lecce, i quattro contratti non rinnovati a fine stagione con Avellino, Lecce, Brescia e Foggia e la rescissione consensuale con la Stella Rossa di Belgrado sono un po’ troppi. Ciò che non ha permesso a Zeman di diventare un grande allenatore, un vincente, un “Maestro”, è stata probabilmente la sua poca elasticità mentale. “Modulo e sistemi di allenamento non li cambierò mai, qui a Roma come in unaltra città. Per coprire il campo non esiste un modulo migliore del 4-3-3”, disse il boemo tanti anni fa. Eppure, i numeri non sono dalla sua parte: il suo modo di giocare garantisce gol e spettacolo, ma anche un’infinità di gol subiti, che spesso vanificano quanto di buono fatto in fase offensiva. In questo avvio di stagione, la sua Roma si è già fatta rimontare quattro volte dopo essere passata in vantaggio: se con la Sampdoria è arrivato un pareggio, contro Bologna e Udinese i giallorossi si sono letteralmente suicidati, perdendo in casa dopo essersi portati sul 2-0. E anche nell’ultima trasferta di Parma erano stati i capitolini a passare in vantaggio con Lamela, prima di subire il tris dei ducali. Squadre di Zeman con il miglior attacco, ma anche con la peggior difesa: il leitmotiv si sta ripetendo anche in questa stagione, con i giallorossi che, insieme alla Juventus capolista, guidano la classifica dei gol fatti, ma sono primi anche in quella dei gol subiti: ben 19 in dieci partite. Peggio la Roma fece solo nella stagione 1950/51, quando a fine campionato arrivò la retrocessione in Serie B. E va ricordato che, degli attuali 14 punti in classifica, 3 sono stati conquistati a tavolino dopo la partita non disputata contro il Cagliari. “Il calcio è sempre lo stesso, sia in una piccola che in una grande città il campo ha sempre le stesse misure e la preparazione è sempre la stessa”. Forse è stato questo il più grande errore di Zeman: credere che non ci siano differenze tra Licata e Istanbul, tra Foggia e Belgrado, tra Pescara e Roma. Il calcio è pieno di storie di tecnici esplosi in provincia ma che hanno fallito l’appuntamento con le grandi. Ambienti, pressioni e mentalità diversi, per non dire opposti: negarlo è sbagliato e controproducente. In una medio-piccola si può pensare di costruire un progetto basato sui giovani e magari sul bel calcio, che inevitabilmente necessiterà di un po’ di tempo, mentre nelle big si vuole tutto e subito. Ma in entrambi i casi, va da sé, senza i risultati e i punti in classifica non si va da nessuna parte, e non è un caso che Zeman abbia collezionato esoneri in squadre sia di alta che di medio-bassa fascia. Il boemo continua a credere che la sua Roma potrà lottare per un posto in Champions League, ma il Napoli terzo è già a +8 e anche i tifosi più entusiasti del suo ritorno sulla panchina giallorossa hanno iniziato a ricredersi. Certo, se Zeman arriva a spaccare persino la tifoseria della Roma, che intorno a lui aveva sempre fatto quadrato, forse non è poi tanto vero che la sua mancanza dal calcio ad alti livelli fosse imputabile solo ai famosi poteri forti che il boemo ha cercato di contrastare nel corso della sua carriera. Indimenticabili i suoi scontri dialettici con la Juventus della “Triade” Moggi-Giraudo-Bettega, che sono proseguiti anche dopo Calciopoli, la retrocessione in Serie B, il cambio di dirigenza e il ritorno ad alti livelli in casa bianconera. Viene il dubbio che dall’anti-juventinismo militante Zeman abbia tratto più vantaggi che ostacoli alla sua carriera. Essere il simbolo del calcio pulito e scagliarsi a ripetizione contro la squadra più odiata d’Italia può aver generato i suoi frutti quando i risultati sul campo faticavano ad arrivare. Un allenatore dalle idee di calcio innovative e spregiudicate, che continua a fornire spettacolo e a lanciare giovani talenti nonostante il passare degli anni, ma che non ha saputo correggere i difetti del suo amato 4-3-3, e continua a pagarne le conseguenze: questo è Zdenek Zeman. Un “Maestro” del calcio-spettacolo, se volete. Ma i Maestri di calcio sono un’altra cosa.

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