RACCONTO DI UNA FESTA COMINCIATA NOVE ANNI FA: È la fine di un sogno? Speriamo proprio di no

RACCONTO DI UNA FESTA COMINCIATA NOVE ANNI FA: È la fine di un sogno? Speriamo proprio di no

Di Calogero Fazio
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Di Calogero Fazio

È martedì sera e tra un po’ andrò a giocare a calcetto con gli amici. Io che gioco a calcetto? Penso che non succedeva da un secolo. Perché a me, così come a tanti altri addetti ai lavori, il calcio piace raccontarlo, piuttosto che viverlo in prima persona. Forse perché non siamo poi così bravi a giocare? Gli esempi non mancano, dal grande Fabio Caressa in giù.

Prima di andare al campo, frugo tra gli armadi e scelgo il completino che indosserò per l’occasione: si tratta di un completo da gioco del Palermo di qualche anno fa. La maglia ovviamente è rosa, con relativo numero 7 sulle spalle (non vi dico appartenuta a chi, ma era uno che sputava sangue per la causa), i pantaloncini e i calzettoni sono neri.

Arrivo al campo in ritardo, gli altri si sono già cambiati. Noto che tutti, ma proprio tutti, i componenti dell’incontro pedatorio (me compreso) indossano una maglia del Palermo. Anche nei campetti accanto al nostro c’è una certa prevalenza di rosanero: il colpo d’occhio è stupendo! Da noi c’è chi sfoggia la mitica numero 9 appartenuta a Luca Toni nell’anno della storica promozione in Serie A, chi porta la 11 indossata da Amauri quando inseguivamo l’Inter al primo posto, qualcuno opta addirittura per la 5 nera (colore che tanto piace a Zamparini) del maestro di mille battaglie Eugenio Corini e non mancano neppure quella di Fabio Grosso (Campione del Mondo), Pastore (che spettacolo quel ragazzo, poesia in movimento!) e ovviamente del capitano Fabrizio Miccoli (una maglia, un amore eterno). E penso: quanti campioni abbiamo avuto in questi ultimi anni a Palermo? Però, allo stesso tempo, penso anche che è un guaio, perché ora, per non confondersi, cinque di noi dovranno giocare con quelle famose casacche che ti danno in direzione e che forse mai nessuno lava.

La partita comincia e nella mia mente aleggiano numerosi pensieri e pure qualche perplessità: ricordo che da piccolo, quando giocavo tutti i giorni perché da grande volevo fare il calciatore, la gente a Palermo indossava maglie un po’ diverse. Andava di moda la casacca numero 10 dell’Italia del mitico Roby Baggio, così come la maglia di Del Piero della Juve e quella di Totti della Roma erano sempre gettonatissime, un gradino sotto ci mettiamo quelle dei vari Pippo Inzaghi, Bobo Vieri, Batistuta, Maldini o Ronaldo, giusto per citare i più rappresentativi dell’epoca. I modelli e gli idoli calcistici erano ben diversi da quelli attuali, lo stesso Palermo lottava tra la sopravvivenza e la scomparsa, con le uniche armi a disposizione dell’epoca: l’orgoglio e la fierezza che contraddistinguono noi siciliani. E così, la gente preferiva ritagliarsi una fetta importante di calcio che conta. Era meglio seguire squadre lontane migliaia di chilometri dalla Sicilia, piuttosto che avere a cuore le sorti della squadra della propria città. Non è passato un secolo da quei momenti, ma adesso tutto è cambiato a Palermo, così come nella mia mente adesso affiorano i ricordi della splendida cavalcata che ci ha condotti nella massima serie.

Ricordo perfettamente, come se fosse ieri, la sera della vittoria sulla Triestina. La gioia e le lacrime dipinte negli occhi e sui volti commossi dei miei concittadini, e poi i caroselli, i sapori e i colori tipicamente “made in Palermo” che si levavamo dalle strade, come un fiume in piena che straripava di felicità. Per una sera non c’era stratificazione sociale, c’era soltanto il Palermo, anzi, c’èra: “Ù Paliemmu ca stava acchianannu. E tutti insieme proiettati verso un sogno, quel meraviglioso sogno che molti di noi non avevano mai assaporato nella vita, prima di quel preciso istante.

Adesso però, dopo nove anni di massimo campionato, la categoria è in pericolo e aleggia lo spettro della retrocessione. Le malelingue ci vogliono già in Serie B, ma io non mi sono ancora rassegnato all’idea. Forse perché sono un inguaribile ottimista? O forse perché penso che tornare in Serie B significherebbe ricominciare tutto da capo e con mille incognite legate al futuro. E quel sogno ad occhi aperti che per quasi un decennio abbiamo vissuto? Che fine farebbe? Tutto potrebbe svanire irrimediabilmente e per sempre. Noi Palermitani (e Palermitani lo scrivo volutamente maiuscolo) non ce lo meritiamo, abbiamo già dato. Abbiamo già passato periodi più neri che rosa. Adesso la Serie A è un bene prezioso che appartiene a tutti noi e come tale va protetto e custodito. Anche se siamo all’ultimo posto, rimbocchiamoci le maniche e scaliamo le pareti dell’inferno. Dopo soli nove anni di gioia ed esaltazione, non vorrei che si realizzasse la profezia del Gattopardo: “Tutto cambia affinché nulla cambi”.

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