DEVIS MANGIA LEROE PER CASO ED IL FANTASMA DEL “MAESTRO”

DEVIS MANGIA LEROE PER CASO ED IL FANTASMA DEL “MAESTRO”

di Leandro Ficarra e Sarah Castellana Meraviglioso. Questo è l’aggettivo che meglio sintetizza l’essenza dello spettacolo sciorinato al “Renzo Barbera” dal Palermo di.

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di Leandro Ficarra e Sarah Castellana Meraviglioso. Questo è l’aggettivo che meglio sintetizza l’essenza dello spettacolo sciorinato al “Renzo Barbera” dal Palermo di Devis Mangia. A mente fredda azzardiamo che la performance calcistica sfoderata dai rosa contro l’Inter irrompe di diritto tra le più belle dell’era Zamparini. Dal giorno del ritorno nella massima serie il Palermo ha disputato altre prove memorabili collezionando, con sistematica perentorietà, i suoi scalpi preferiti tra le big del nostro calcio. L’impresa compiuta ieri sera ha però un sapore unico e speciale proprio perché maturata in un contesto tecnico ed ambientale del tutto inedito per la recente storia rosanero. Solo qualche anno fa era impensabile una risposta così tiepida in termini di afflusso al cospetto di un big-match serale contro la squadra campione del mondo. Così come era al di fuori di ogni logica pretendere che un tecnico esordiente, per quanto entusiasta e preparato, riuscisse a dare equilibrio ed un’identità credibile in poco più di dieci giorni ad una squadra totalmente rivoluzionata. Un organico stordito dalla disastrosa gestione Pioli, dalla diaspora dei senatori, una formazione orfana della classe di Pastore e di quel concetto di calcio ormai mestamente riposto nel cassetto il giorno in cui il maestro Delio pronunciò l’estremo rifiuto. In questo clima surreale, con parte del pubblico rosanero scettico ed estenuato dall’ennesima rivoluzione in più atti firmata dal patron friulano, Devis Mangia ha compiuto un piccolo miracolo calcistico. Un miracolo iniziato quel giorno in cui, per felice intuizione del ds Sean Sogliano, fu presentato alla stampa come soluzione ponte post-Pioli in attesa che un allenatore “vero” ci ripensasse. Credo che nessuno potesse avere la presunzione e l’incoscienza anche solo di auspicare l’assunto di perfezione tattica con il quale Mangia ha annichilito la corazzata senza armatura di Gasperini. Quel giorno in sala stampa, la personalità, l’ironia, la serenità, mostrate al cospetto di un’investitura fin troppo gravosa per un tecnico originariamente designato alla guida della formazione Primavera, costituirono segnali estremamente significativi, quasi premonitori. La determinazione dei suoi occhi e l’entusiasmo del suo sorriso ci convinsero che quel “Signor nessuno” la sua chance, professionalmente quella della vita, se la sarebbe giocata tutta, credendoci fino in fondo con concetti chiari e coincisi trasmessi in maniera semplice e diretta. Così quel ragazzo della porta accanto, capace di ironizzare sulla sua condizione di tecnico precario, di dissacrare la tensione con una pillola in siciliano sgangherato e di confessare i suoi trascorsi da portiere tutt’altro che insuperabile, ha conquistato giorno dopo giorno la squadra e l’ambiente tutto più che mai bisognoso di una infusione di novità ed energia. Una ventata di positività figlia della fame di un novizio carneade dell’Olimpo del pallone voglioso di meritarsi la manna che il fato gli ha offerto in dote sotto forma di panchina, forte di una consapevolezza nei propri mezzi mai ostentata ma intimamente coltivata nell’espressione del lavoro quotidiano. Una voglia di emergere non omologata alla spocchiosa onniscienza calcistica propria dei presunti fenomeni figli del ‘guardiolismo’, ma ispirata dalla umana logica del diamo tutto e vediamo che succede. Una logica che Miccoli e soci hanno sposato in pieno e trasposto in un 4-4-2 che più basico e lineare non si può, a conferma che nel calcio la logica ed il raziocinio pagano più di alcune astruse invenzioni tattiche che cibano l’ego di alcuni santoni della panchina ma ledono gravemente le dinamiche ed il volto di una squadra. Tecnico di dichiarata cultura sacchiana, Devis Mangia ha provato a spiegare, in pillole, i principi del suo calcio nei giorni che hanno preceduto il suo trionfale esordio sulla panchina rosanero. Un 4-4-2 classico con linee corte e compatte, basato su corsa, ritmi di gioco vertiginosi e pressing alto sui portatori di palla avversari. In fase di costruzione una manovra il più possibile organica che esalti il fraseggio palla a terra, gli uno-due e gli scambi sullo stretto. Due esterni alti di ruolo per sfruttare al meglio le corsie esterne ma pronti anche a convergere tra le linee per favorire eventuali sovrapposizioni e sfruttare i varchi aperti dagli incroci delle due punte. Dovremo correre più di loro, giocare con grande intensità e dinamismo, senza buttare via la palla ma innescando con trame rapide e fluide il talento dei nostri frombolieri. Questo professava Devis Mangia alla vigilia del suo battesimo di fuoco. Facile a dirsi, avranno pensato in molti. Raramente si è vista tradotta sul campo un‘interpretazione calcistica così fedele ai dettami teorizzati dal tecnico in sede di preparazione della gara, perché il Palermo visto contro l’Inter è stato proprio quello immaginato da Mangia e forse molto di più. Poiché oltre allo svolgimento quasi impeccabile delle due fasi, all’intensità del suo pressing, alla densità tra le linee, alla sontuosa fattura dei temi offensivi, la squadra rosanero ha dimostrato uno spirito indomito, una voglia inesauribile e vorace di divorare il suo nobile avversario come suggerito dal cognome del suo novello condottiero. Osservare sul manto erboso un gruppo totalmente coeso e reciprocamente solidale, dove ognuno è pronto a immolarsi per rimediare all’errore di un compagno, e ammirare pressare e sfiancarsi in ripiegamento anche chi non ha il lavoro sporco nelle sue corde, ti dà l’esatta misura di quanto sia forte il feeling tra squadra e tecnico. Un Mangia perfetto nella gestione dei cambi, bravo a ridare solidità e nerbo al centrocampo con Acquah dopo l’ingresso di Sneijder, coraggioso e brillante nel riciclare Migliaccio centrale relegando in panchina due giocatori di Ruolo come Cetto e Mantovani, pilastri nel progetto di rafforzamento del reparto da parte del club. Il Palermo di ieri è stato fin troppo bello per essere vero, l’Inter di Gasperini imbarazzante per quanto sconclusionata sul piano tattico, con i due esterni alti che si disinteressavano della fase di non possesso, i centrali difensivi sempre esposti all’uno contro uno, il centrocampo privo di qualsiasi argine in fase di interdizione. Sconcertante la facilità con la quale la squadra nerazzura si è allungata nel secondo tempo lasciando voragini infinite tra le linee alle ripartenze rosa, Gasperini deve ringraziare l’intramontabile Zanetti se il punteggio non ha assunto contorni tennistici. Ciò per sottolineare che la gara di ieri, per stimoli, atmosfera e motivazioni intrinseche, rappresenta un qualcosa di speciale che esula dall’ordinarietà di un campionato. Un acuto da cui partire per far si che certe peculiarità, tattiche e morali, mostrate nella magica notte vissuta al “Barbera”, possano diventare patrimonio di questa squadra e definirne l’identità. Come ha detto lo stesso Mangia, il Palermo riuscirà a diventare squadra quando sarà in grado di cristallizzare un certo atteggiamento ed una certa fisionomia di gioco per più tempo, nel corso delle gare che si susseguiranno. Ottima impressione, a livello di singoli, hanno destato i nuovi Silvestre, Barreto ed Alvarez, luci ed ombre per Della Rocca che ha dato qualità solo a sprazzi ma non era in perfette condizioni fisiche. Da rivedere Tzorvas, poco impegnato, e Pisano, apparso in affanno, che forse deve ancora digerire il salto di categoria. Monumentali Migliaccio e Balzaretti, cresce Acquah, ad intermittenza Ilicic, mentre confortanti segnali di vitalità sono arrivati da Abel Hernandez. Chiosa dedicata al capitano: Fabrizio Miccoli si guadagna sempre un capitolo a parte. Il simbolo di questa squadra, per carisma, classe, personalità, genio calcistico è indiscutibilmente lui. Quando la condizione fisica lo sorregge, per la purezza del suo talento fa impallidire le stelle milionarie delle squadre con la maglia a strisce. Se gratificato e riconosciuto nel suo ruolo di leader, il numero dieci rosanero dispensa magie balistiche che valgono gioie per gli occhi e punti pesanti in classifica. Il giovane Devis lo ha capito subito e lo ha eletto con mossa arguta uomo simbolo del nuovo corso. Mangia ieri è riuscito in un’impresa in cui Pioli ha fallito miseramente per due mesi, ovvero cancellare per novanta minuti il fantasma di Delio Rossi, dimostrando come sia possibile a Palermo produrre un calcio vincente e spettacolare anche dopo l’ addio del maestro. Il tecnico romagnolo rimarrà a pieno titolo, per spessore tecnico ed umano, una figura centrale nell’immaginario collettivo del popolo rosanero ma ieri, forse, qualcuno ha rivolto per la prima volta lo sguardo al futuro trasformando un lacerante rimpianto in uno splendido ricordo. Perché in fondo i maestri, prima di divenire tali, sono stati anche loro alunni, proprio come il giovane Devis….

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