Pescara-Catania 1-0: rossazzurri non pervenuti. 

Pescara-Catania 1-0: rossazzurri non pervenuti. 

Doveva essere la prova del nove in grado di alimentare i sogni dei tifosi rossazzurri, ed invece la trasferta di Pescara ha dimostrato che il vento di cambiamento, forse era in realtà una.

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Doveva essere la prova del nove in grado di alimentare i sogni dei tifosi rossazzurri, ed invece la trasferta di Pescara ha dimostrato che il vento di cambiamento, forse era in realtà una leggera brezza. Una prestazione preoccupante, in netta controtendenza rispetto a quanto di buono visto con Pro Vercelli e Perugia; e troppo simile invece al Catania formato trasferta di inizio anno. Poco importa ai sostenitori etnei se la sconfitta è arrivata di misura e nei minuti finali. Il Catania non è stato in grado di sfruttare la crisi di risultati degli avversari, il proprio enorme potenziale offensivo e soprattutto la superiorità numerica per oltre quarantacinque minuti.

Parlare di passo indietro risulta dunque quasi eufemistico perché troppi sono i dubbi lasciati dalla dodicesima sconfitta stagionale, addirittura la decima in campo esterno. Tre gli aspetti da mettere sul banco degli imputati: condizione atletica, scelte del mister, ed approccio mentale.

Fisicamente i rossazzurri sono apparsi ancora una volta in ritardo rispetto agli avversari; se si pensa addirittura all’inferiorità numerica degli uomini di Baroni allora tutto diventa inspiegabile. Un calando ingiustificato visto che con Pro Vercelli e Perugia (fino al sessantesimo) le gambe sembravano girare perfettamente. Poi la mancata trasferta di Modena; un’occasione per riposare, si pensava, ed invece dal Crotone in poi le energie sono sembrate sempre di meno. Sindrome Ventrone? Le prossime partite ci aiuteranno a fare chiarezza.

Scelte tattiche. Indubbiamente stavolta non si può dire che Marcolin abbia azzeccato le sostituzioni e i cambi di modulo. Il 4-3-1-2 purtroppo ha risentito della staticità sia di Sciaudone  che del duo Maniero-Calaiò, troppo impegnato a pestarsi i piedi più che a cercare la profondità. Ecco perché l’ingresso di Castro in funzione dell’ex barese aveva fatto pensare ad un ritorno all’argentino ‘versione Maran’, pendolo fra centrocampo e trequarti; ed invece stravolgimento tattico e via col 4-4-2. Una soluzione durata poco più di dieci minuti perché poi è stato Maniero a lasciare il campo per Martinho e il successivo passaggio al 4-2-3-1, ma con un’incongruenza: perché far giocare il brasiliano (mancino puro) a destra e Castro a sinistra? La volontà forse poteva essere quella di favorire le sovrapposizioni dei terzini, ma la benzina era palesemente finita, creando così di fatto solamente un grosso ingorgo centrale.

Infine l’aspetto mentale. Una squadra quadrata e di categoria; questo sembrava essere il Catania generato dalla finestra di mercato, ed invece quanto visto all’Adriatico è sembrato la copia del vecchio Catania. Approccio discreto nel primo tempo con molta attenzione all’equilibrio; terrificante invece l’atteggiamento della ripresa. Gli etnei hanno totalmente ignorato la possibilità di sfruttare l’uomo in più e soprattutto sono apparsi privi di mordente e voglia di imporsi, aspetti che invece sono stati incarnati alla perfezione da Bjarnason e compagni. Perché tutto ciò? Difficile spiegarlo, ma sicuramente con questa mentalità anche la corsa salvezza non sarebbe così scontata.

Punto e a capo. Il  ‘Catania 2.0’ rischia di trasformarsi in un bluff, ma per capirlo si dovranno aspettare almeno le prossime tre giornate. Inutile dire che Calaiò e compagni sono chiamati ad un’immediata risposta, ma ormai meglio pensare giornata per giornata e più alla corsa play out che a quella play off. Realisticamente si prospetta per gli etnei un campionato anonimo da metà classifica, utopisticamente ci si può aggrappare solo nell’imprevedibilità della cadetteria; ma le delusioni negli ultimi due anni hanno reso i tifosi rossazzurri molto più pragmatici e disillusi.


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